Tutti i pensieri pittorici  di Gianni Pellegrini 

La mostra alla Civica. “Sembianze agli occhi miei” racconta 7 anni di produzione artistica La rassegna è curata da Margherita de Pilati con Daniela Ferrari e Federico Mazzonelli


Maria Viveros


Trento. “Sembianze agli occhi miei”, emistichio sottratto all’Ultimo canto di Saffo di Leopardi, è la chiave interpretativa per leggere la produzione pittorica di Gianni Pellegrini ed è anche il titolo della mostra, curata da Margherita de Pilati, che la Galleria Civica di Trento dedica fino al 26 gennaio 2020 all’artista trentino. Nato nel 1953 a Riva del Garda, dal 2000 fino allo scorso anno ha diretto il MAG di Riva, affiancando i suoi impegni istituzionali a un’attività pittorica improntata su una ricerca condotta attorno a colore, luce e spazio. La collaborazione dal 2009 con il gallerista romano Rolando Anselmi lo ha fatto conoscere a un pubblico sempre più vasto, coinvolgendolo nelle principali fiere di arte contemporanea sia in Italia che all’estero. Nella mostra alla Galleria Civica sono esposti lavori dell’artista di questi ultimi sette anni, alcuni dei quali realizzati appositamente per l’occasione, appartenenti ai cicli “Profili” (dal 2012 a oggi), “Specchi” (2014-2015), “Cattedrali” (2018-2019) e “Interno Esterno” (2019). «I titoli – sottolinea Pellegrini – non hanno nulla di referenziale: non si riferiscono a luoghi o cose che, piuttosto, costituiscono delle occasioni ambientali, delle circostanze per “pensieri pittorici”». La successione dei dipinti è intervallata da alcune opere del passato, presenze che nello spazio espositivo scandiscono un percorso a ritroso che conduce al nucleo originario della ricerca dell’artista. «Non si tratta di un’antologica, poiché vengono puntualizzati gli snodi della mia poetica, senza sovrastarne i recenti sviluppi». L’allestimento è stato curato personalmente da Pellegrini. «Ho voluto – spiega – che lo spazio architettonico e la pittura dialogassero. Le pareti nella loro dimensione di bianco non sono un supporto, ma possiedono una dimensione nella quale i colori si espandono idealmente. Nel piano interrato della Galleria sono intervenuto dipingendone la volta di grigio, sviluppando e ampliando il dettaglio di un quadro. In questo modo la pittura ha raggiunto lo spazio, che ha una propria dimensione pittorica, la stessa dei miei lavori. Penso, infatti, che la spazialità di una tela non abbia limiti, ma vada verso un oltre. Ecco perché i quadri sono esibiti senza cornice». Il dipinto, inteso nella sua materialità, è per Pellegrini un oggetto che deve rispettare l’architettura in cui è inserito, in un alternarsi di pieni e vuoti, di presenze e assenze che immergono l’osservatore in quella che l’artista chiama “musicalità visiva”. «Ho lasciato alcune pareti libere dalle opere per creare delle pause, interruzioni che conducono verso l’incontro con un’altra opera».

Anche il catalogo, con i contributi, oltre che della curatrice, di Daniela Ferrari, storica dell’arte del Mart, e del critico Federico Mazzonelli, segue l’impianto dell’esposizione: dalle prime pagine, con immagini delle sale della mostra e la riproduzione fotografica della recente produzione di Pellegrini, si procede attraverso le tappe principali della sua attività, per arrivare agli inizi, quando, insieme ad altri artisti trentini (Aldo Schmid, Luigi Senesi, Diego Mazzonelli, Giuseppe Wenter Marini e Mauro Cappelletti) aveva sottoscritto il Manifesto di Astrazione Oggettiva. Era il 1976 ed era viva l’esigenza di creare un movimento di riflessione sulla pratica pittorica indagata nei suoi meccanismi interni. Condivisione di un’esperienza concettuale, poetica ed estetica del colore in chiave interiore, «il Manifesto non è stato tanto un atto di partenza – ricorda Pellegrini – quanto una necessità, per sottolineare una presenza, la nostra, che comunque era già consolidata. Erano gli anni Settanta e il Manifesto voleva essere l’affermazione di una politica culturale in atto, la dichiarazione del lavoro di artisti già impegnati sul versante della ricerca. Dal punto di vista poetico ed espressivo eravamo tante individualità unite anche per il fatto che praticavamo una pittura astratta di impianto analitico, nonostante ognuno di noi tenesse al proprio linguaggio pittorico e puntasse a esiti diversi, in una sorta di esercizio che dimostrasse quali articolazioni potesse avere uno studio incentrato sul colore. Il Manifesto era necessario per il nostro gruppo di artisti che volevano essere presenti in quel preciso momento storico e dichiarare i propri intenti. Quest’esperienza si è chiusa dopo pochi anni, ma è proprio in questo aspetto effimero che sta la sua potenza».

Il continuo sperimentare ha portato oggi Pellegrini a esiti che potenziano gli effetti di luce. L’artista interviene sulle sue tele con delle spatole, agendo “per forza di levare”, eliminando, cioè, la materia cromatica superflua. Il risultato è una superficie coperta da veli di evanescenti trame cromatiche che sembrano sospese nello spazio, fluttuanti alla vista, grazie a sottili giochi di sfumature. Il colore si smaterializza per l’affiorare della luce in una spazialità, come scrive la Ferrari nel catalogo, “capace di evocare una profondità che è frutto di pura intuizione”. Il sentimento fisico della luce di Pellegrini paradossalmente fa sì che la pittura, per misteriose combinazioni alchemiche, diventi visione di se stessa, “sembianza” epifanica fuggevole, che abbaglia la percezione, esaltando le proprietà emozionali e psicologiche del colore, incuneandosi negli anfratti della psiche dell’osservatore che viene proiettato in un’esperienza esclusivamente soggettiva.













Scuola & Ricerca

In primo piano