Cinema 

Mostra di Venezia a riflettori spenti

venezia. È la prima volta che un film legato al mondo dei fumetti e dei supereroi ottiene un così alto riconoscimento. Non può che far storcere qualche naso, allora, quel Leone d’oro a “Joker” di...

di Katia Dell’eva

venezia. È la prima volta che un film legato al mondo dei fumetti e dei supereroi ottiene un così alto riconoscimento. Non può che far storcere qualche naso, allora, quel Leone d’oro a “Joker” di Todd Phillips, e non può non lasciare dietro di sé, a 76esima Mostra del Cinema di Venezia conclusa, qualche polemica e qualche fastidio. Del resto, che i supereroi avessero cominciato a cercare un loro spazio nel cinema d’autore, lo si era capito già anni fa, a partire dal 2008, con la trilogia dedicata a Batman, firmata niente meno che da un regista come Christopher Nolan. E proprio quello stesso “Cavaliere Oscuro”, primo capitolo della saga, aveva poi fruttato anche un Oscar postumo, e per tanto più alla carriera, nel 2009, come Miglior attore non protagonista a Heath Ledger, colui che, non a caso, impersonava sempre il folle antagonista di Batman dai capelli verdi e il sorriso da clown. Di ben altra storia, pertanto, si tratta stavolta: il Leone d’oro va non a Joaquin Phoenix, che magistralmente interpreta la spirale discendente nella follia del Joker, ma al regista. Un cineasta che fino a poco tempo fa aveva saputo confezionare solo commedie e che ora, spiazzando la volontà dei critici, si vede assegnare uno dei premi più importanti al mondo. I più maligni, allora, parlano di scarsa qualità nel programma di questa edizione del festival, nel quale, una giuria disomogenea come quella composta da Stacy Martin, Mary Harron, Piers Handling, Rodrigo Prieto, Shinya Tsukamoto e Paolo Virzì, e presieduta da Lucrecia Martel, non ha forse saputo trovare nessun altro prodotto che mettesse tutti d’accordo. Disomogeneità di cui si percepiscono tracce anche nell’assegnazione dei restanti premi: sembra quasi, a voler azzardare, che ogni giurato abbia scelto un suo lungometraggio del cuore. Il Leone d’argento – Gran premio della giuria va a “J’accuse” di Roman Polanski, per quasi tutti i presenti in sala il miglior film visto nelle due settimane al Lido, ma relegato forse a un secondo posto dalle polemiche relative al percorso giudiziario del regista. Il Leone d’argento – Premio per la miglior regia viene invece assegnato ad “About Endlessness” di Roy Andersson, quarto film modellato sulla stessa struttura e forse dunque un po’ troppo simile a quel “Un piccione seduto su un ramo riflette sull’esistenza”, già Leone d’oro nel 2014. Entusiasma e rallegra, quanto meno in patria, la Coppa Volpi al maschile, assegnata all’italiano Luca Marinelli, per l’interpretazione di Martin Eden nell’omonimo film diretto da Pietro Marcello. Il giovane attore, del resto, riconferma il suo talento in scena e la sua umiltà sul palco – quando ritira il premio in gran fretta, «prima che vi accorgiate di aver sbagliato» – Meno meritato, per gran parte della critica, l’ equivalente al femminile ad Ariane Ascaride, che si vede riconoscere probabilmente più l’ottima carriera, che l’interpretazione in “Gloria Mundi” di Robert Guédiguian. Divide, ancora, il premio alla sceneggiatura a Yonfan, per il film “No.7 Cherry Lane”, non particolarmente brillante, così come il premio Marcello Mastroianni al giovane Toby Wallace, in “Babyteeth” di Shannon Murphy, il coming of age emergente che ha saputo farsi amare e detestare. A “La mafia non è più quella di una volta” di Franco Maresco, infine, il premio speciale della giuria, a far brillare il nome di un cinema nazionale, forse non così morto come si pensava.