Moni Ovadia in scena con l’«altro» Camilleri 

Da giovedì al Sociale c’è «Il casellante», da un romanzo, struggente e al contempo divertente, del papà di Montalbano

di Katja Casagranda
TRENTO. Non solo Montalbano. Ovvero: quando dici Andrea Camilleri, è impossibile che il pensiero non ti vada, automaticamente e subito, al suo personaggio più famoso, al commissario di polizia. Personaggio che, peraltro, a sua volta ha reso famoso Camilleri, in questo gioco di rimbalzi. Ma il “papà di Montalbano” è anche altro, sempre letterariamente, e ora un suo lavoro aerriva, da giovedì 25 a domenica 28 gennaio (da giovedì a sabato ore 20.30, domenica ore 16), al Teatro Sociale di Trento, nel cartellone della Grande Prosa 2017/2018 del Centro Servizi Culturali Santa Chiara. In scena ci sarà «Il casellante», lavoro teatrale tratto, eccoci qua, dall’omonimo romanzo di Andrea Camilleri. Edito da Sellerio nel 2008, «Il casellante» è uno fra i romanzi più struggenti, e al tempo stesso divertenti, di Camilleri, il quale, davvero infaticabile, assieme a Giuseppe Dipasquale ha realizzato dal suo romanzo uno spettacolo dove si ride e ci si commuove al tempo stesso e nel quale gli attori e i musicisti, immersi nella stessa azione teatrale, narrano una vicenda metaforica che gioca sulla parola, sulla musica e sull’immagine. Il lavoro teatrale che arriva a Trento, prodotto da Promo Music e Teatro Carcano, vede in scena Moni Ovadia, che, ancora una volta assoluto protagonista, disegna con disinvoltura ben 6 personaggi: il narratore, l’aiutante del casellante, il barbiere, il giudice, un gerarca e perfino una buffa “mammana”. Al suo fianco sono in scena Mario Incudine (Nino, il casellante), autore anche delle musiche; un’intensa Valeria Contadino nella parte di Minica; Sergio Seminara e Giampaolo Romania. Le musiche sono eseguite dal vivo da Antonio Vasta e Antonio Putzu. Il regista, Giuseppe Dipasquale, si è occupato in prima persona anche delle scene, Elisa Savi dei costumi e Gianni Grasso del disegno delle luci.

«Il casellante» racconta una vicenda che vive di personaggi reali, trasfigurati però dalla grande fantasia narrativa di Camilleri. Una vicenda emblematica che disegna i tratti di una Sicilia arcaica e moderna, comica e tragica, ferocemente logica e paradossale allo stesso tempo. È il racconto delle trasformazioni del dolore della maternità negata e della guerra, ma è anche il racconto in musica divertito e irridente del periodo fascista nella Sicilia degli anni Quaranta. Siamo tra Vigata (la città del commissario Montalbano...) e Castelvetrano. Lungo la linea ferroviaria che collega i paesi della costa, fare il casellante è un privilegio che garantisce uno stipendio sicuro. Ma nel 1943, alla vigilia dello sbarco alleato, la zona si va animando di un via vai di militari. E i fascisti si fanno sfrontati. A Nino Zarcuto, privo di due dita per un incidente sul lavoro, è toccato un casello stretto tra la spiaggia e la linea ferrata. Si è sposato con Minica e aspettano, finalmente, un figlio. Il lavoro è poco e Nino, appassionato di mandolino, ha il tempo di scendere in paese per dilettarsi in qualche serenata improvvisata. Ma una notte mentre Nino è in carcere, accusato di aver messo in burla le canzoni fasciste, Minica viene aggredita, violentata e perde il bambino. Chi è stato? Il finale, a sorpresa, sfocia nel mondo del mito.