Lgbt, a Trento il docu di Leli 

Cinema e diritti. Il regista barese nei giorni scorsi ospite in Trentino su invito dell’Arcigay per presentare il suo “L’unione falla forse” Alla serata hanno preso parte Valeria Occelli, Alexander Schuster e Lorenzo Modanese, il referente regionale delle famiglie arcobaleno

di Paolo Piffer

Trento. Per sua stessa ammissione, il mondo Lgbt (lesbiche, gay, bisessuali, transgender) proprio non lo conosceva. Ha cominciato ad occuparsene, frequentandolo, quando si è imbattuto nel suo opposto. In quei Family day che raccoglievano in piazza migliaia di uomini e donne i cui leader dal palco inveivano contro la legge sulle unioni civili tra persone dello stesso sesso in discussione in Parlamento, entrata poi in vigore nel 2016, dopo feroci dibattiti, ai tempi del governo Renzi. In quella contrarietà al provvedimento, il regista barese Fabio Leli - già apprezzato autore del doc “Vivere alla grande” sul gioco d’azzardo – aveva intuito e intravisto, afferma, una sorta di “fondamentalismo cattolico, altro che un’espressione di fede e solidarietà nel prossimo”. Che è poi, per dirla tutta, l’anticamera, andandoci leggeri, di un atteggiamento di odio e omofobico nei confronti di chi ha altre sensibilità affettive rispetto alle proprie, ritenute le uniche possibili. Che è uno dei tratti, insieme ad altri quali la xenofobia, il razzismo e l’antisemitismo, che hanno “incattivito” le società contemporanee, non solo quella italiana. E ne rappresentano l’humus profondo ma ben presente. Mosso probabilmente anche da una certa inquietudine di fronte a delle certezze assolute, incontrovertibili, da lì in poi Leli si è messo a studiare tutto quello che c’era da leggere e a vedere filmati su filmati per preparare un documentario che avrebbe avuto l’obiettivo di “arrivare ad un pubblico il più largo possibile”. Non tanto per “dimostrare”, sostenere, una tesi piuttosto che un’altra. Piuttosto, così ci è parso di capire assistendo alla proiezione, per mostrare storie, pensieri, riflessioni, pratiche, atteggiamenti e comportamenti degli uni e degli altri. Questa, per sommi capi, è un po’ la genesi di “L’unione falla forse”, documentario di 1 ora e 47 minuti (autoprodotto e realizzato con una raccolta fondi), che il regista sta portando in giro per l’Italia e che l’altra sera ha presentato a Trento (nella sala circoscrizionale di via Giusti) su invito dell’Arcigay del Trentino. Una serata, molto partecipata, alla quale sono intervenuti la vicepresidente di Arcigay Valeria Occelli, l’avvocato Alexander Schuster che di questi temi spesso si occupa professionalmente e Lorenzo Modanese, referente regionale delle Famiglie arcobaleno, associazione che promuove il dibattito pubblico sulla omogenitorialità, cioè, da dizionario, il legame, di diritto o di fatto, tra uno o più bambini e una coppia di omosessuali o di lesbiche. Il regista presenta spezzoni di vita di un paio di famiglie, l’una omosessuale, l’altra lesbica, entrambe con figli, alternandole alle lunghe dichiarazioni di religiosi e professionisti, tra docenti universitari, psicoterapeuti, avvocati e giuristi, che dire integralisti è dir poco, tutti contrari alle teorie e pratiche gender. A questi ultimi fa “assumere” un color seppia, stilisticamente segnando così una netta separazione tra le storie di vita raccontate e le teorie “no omosex” espresse. In apertura, una rapida carrellata di “attimi” del dibattito parlamentare sulle unioni civili mostra una sequenza che, per strafalcioni e ignoranza del tema trattato, dipinge un ritratto della realtà politica, almeno di una parte di essa, sconfortante. Comunque la si pensi ma, d’altronde, specchio del Paese.

Se il quadro delle famiglie presentato ci è parso un po’ troppo idilliaco (il panorama è probabilmente ben più complesso e articolato), il vero interesse del doc sta nello spazio lasciato ai “professionisti” contrari alle unioni civili. La qual cosa, va sottolineata, è, in linea di principio, del tutto legittima, ci mancherebbe. Ne emerge però una sommatoria di ragionamenti che, oltreché grottesca, definire preoccupante è riduttivo. Sentir dire che i rapporti sessuali omosex “sono contro natura”, che gli omosessuali sono “depravati”, vedere sfilare sullo schermo processioni “di riparazione” per quanto legiferato e sottolineare che “l’unica unione naturale e ammissibile è quella tra maschio e femmina a fini riproduttivi”, richiama a tempi bui, neanche troppo lontani. Di libertà alla propria affettività, reciproca e consenziente, nel rispetto delle altre, senza alcun pregiudizio, che dovrebbe essere uno dei tasselli di una comunità umana e civile, neanche l’ombra. E dice molto su quanta strada debba essere ancora percorsa.