L’INTERVISTA»LA LINGUISTA MARIAROSA BRICCHI

ROVERETO. Croce e delizia di ogni sistema linguistico, una grammatica ben padroneggiata (e questa è l’impresa!) permette di far suonare melodiosamente, con tanto di sfumature timbriche e tonali, ogni...

di Maria Viveros
ROVERETO. Croce e delizia di ogni sistema linguistico, una grammatica ben padroneggiata (e questa è l’impresa!) permette di far suonare melodiosamente, con tanto di sfumature timbriche e tonali, ogni discorso. L’italiano, in particolare, nella sua complessità dovuta a pluralità geografica e storica, è come un’orchestra che raccoglie tante voci di questo italiano così sfaccettato che, con gli strumenti adatti, può rendere al meglio le sue potenzialità espressive. «Possediamo oggi una lingua plastica e adulta, che è bene e bello maneggiare con consapevolezza», ci ricorda, con un richiamo che è anche un invito, Mariarosa Bricchi nel suo “La lingua è un’orchestra” (Il Saggiatore, pp. 271, € 22,00). Storica della lingua italiana ed editor, esperta di lingua della traduzione, dell’italiano offre un’«immagine di vastità ordinata e colorata» in una serie di capitoli che diventano spunti di riflessione non solo per addetti ai lavori.

Abbiamo posto alcune domande a Mariarosa Bricchi che oggi, venerdì 15 febbraio, alle ore 19, sarà ospite della Libreria Arcadia, in via Fratelli Fontana a Rovereto.

Quali sono i veicoli linguistici che più condizionano una società?

«Oggi, purtroppo, contano meno i libri di quanto è stato per secoli nella storia della lingua italiana. Hanno preso il loro posto i media (televisione e radio) e tutti i social media, con le varie forme della scrittura online, a cui, in misura forse meno influente, si unisce il discorso pubblico a tutti i suoi livelli, dai giornali al discorso politico».

Com’è cambiato nel tempo il linguaggio della politica e che peso ha a livello sociale?

«Ha attraversato una vera e propria rivoluzione. Fino a buona parte del Novecento è stato una lingua colta che, facendosi schermo della sua superiorità culturale, segnava una distanza fra politico parlante e uditore, anche con delle punte di lingua della sopraffazione, che, consapevolmente e retoricamente, parlava per non dire, parlava per ingannare. Adesso le cose si sono capovolte: il linguaggio politico si mette allo stesso livello di un destinatario che si suppone sia molto in basso, anche se non lo è. Da qui la semplificazione, le sgrammaticature volute (quindi furbe) o meno, l’uso di parolacce, che hanno fatto il loro significativo ingresso nel linguaggio politico più recente. L’aggressività, invece, non è nuova, perché il vituperio dell’avversario appartiene alla tradizione del linguaggio politico».

I grammatici oggi invitano a imparare le regole “essenziali” della grammatica. Siamo messi così male? Non si rischia di semplificare troppo la nostra lingua?

«Gli errori sono frequenti e si evitano solo se si conosce la grammatica. La più pericolosa non competenza linguistica è l’incapacità di farsi capire e di comprendere compiutamente i discorsi e gli scritti degli altri. Non è un problema banale: recenti indagini mostrano infatti che gli studenti, per esempio, hanno difficoltà a cogliere il senso essenziale anche di un articolo di giornale. Non essere in grado di maneggiare la lingua per capire quello che ci dicono gli altri e per spiegarci con efficacia e precisione non è solo un problema linguistico, ma una forma molto triste di esclusione sociale. Usare, poi, la lingua con colore, creatività ed efficacia è un passo del tutto auspicabile e possibile».

Gli insegnanti devono arrendersi davanti alla tendenza delle nuove generazioni a fermarsi solo alla superficie di un testo?

«I social media hanno una parte ormai importante nella vita dei ragazzi che dovrebbero essere aiutati a usarli al meglio, proprio dal punto di vista linguistico. Uno dei compiti degli insegnanti, comunque, dovrebbe essere quello di spingere i loro studenti a sviluppare un tipo di attenzione che sia più resistente dei trenta secondi richiesti per la lettura di un tweet, per portarli a scoprire il piacere della difficoltà di un testo più lungo e complesso».

Che ruolo ha nell’orchestrazione di un discorso la tanto vituperata punteggiatura?

«Fondamentale: è una specie di segnaletica per leggere un testo, di cui indica strutture sintattiche e spezzoni testuali, dicendoci dove guardare, dove fermarci, dove accostare, quali dipendenze esistono fra parti diverse. Un testo ben scritto e ben comprensibile si avvantaggia molto di una punteggiatura consapevole. Facciamo, però, attenzione a non confondere la punteggiatura di un testo scritto, con le pause del parlato. Sono due sistemi non commensurabili: le pause intonative ed emotive del parlato hanno tutto un altro stile».

Chi stabilisce se una parola non è più di moda?

«Le parole hanno un ciclo vitale e fisiologico determinato non da un’accademia o da un consesso di grammatici, ma da quella divinità bendata che si chiama uso. Hanno una data di nascita, che corrisponde alla prima attestazione scritta, e muoiono. Capita, cioè, che lentamente vengano usate sempre di meno e poi, a un certo punto, dimenticate. Alcune, come eroi dei fumetti, possono rinascere per le più varie ragioni: per necessità, perché uno scrittore, la televisione o una canzone, per esempio, le recuperano, facendole quindi rientrare in circolo».

Lei nel suo libro cita spesso Manzoni, come fonte inesauribile di riflessioni linguistiche. Cosa pensa della proposta di sostituire la lettura nelle scuole de “I promessi sposi” con altri testi che sarebbero più alla portata degli studenti?

«Manzoni è uno degli scrittori su cui ho lavorato e che studio di più. La proposta mi fa dispiacere, anche perché mi sembra che molto si possa imparare ancora da “I promessi sposi”. C’è, comunque, una letteratura del Novecento importante e non mi dispiacerebbe se nelle scuole si leggessero Calvino, Primo Levi o Fenoglio. Forse, però, lo si fa già. L’ideale sarebbe, quindi, affiancare queste letture a I promessi sposi, perché eliminarne la lettura significherebbe rinunciare a un pezzo importante della nostra storia. D’altronde la lingua che impariamo è in buona parte la lingua che Manzoni ci ha insegnato a parlare e a scrivere».

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