«Io, femminista e scandalosa» 

Il Settembre Internazionale della Libreria Arcadia. La scrittrice americana Dorothy Allison grande protagonista del primo incontro «Ho un ego gigantesco, come tutti quelli che fanno questo lavoro, ma sono una scrittrice femminista e penso di potermi definire rivoluzionaria»

di Anna Maria Eccli

Rovereto. Sorriso ironico su un viso bellissimo, sdraiata su una Yamaha di grossa cilindrata, come la ritrae una foto di qualche tempo fa, o con un chiodo beffardamente tempestato di borchie e paillettes: Dorothy Allison, con cui si è inaugurata la rassegna di autori messa in campo dalla Libreria Arcadia di Rovereto, è autrice di grosso calibro, scrittrice dal ritmo crudo, vertiginoso, dalle verità impietose, feroce nella narrazione quanto nella capacità di essere libera da ritrosie e infingimenti. Ricorda fisicamente la cantante texana Janis Joplin, che non a caso ama appassionatamente: «Siamo entrambe ragazze del Sud – ci dice – a lei pensavo quando ho scritto il mio secondo romanzo». Come lei irridente, come lei esperta del dolore, alla ricerca d’un filo che guidi sopra al baratro. Lo dichiara sempre: la scrittura è stato ciò che le ha permesso di dare senso alla vita, illuminando con la ragione i recessi oscuri della in-coscienza. In questo sta anche la forza “spirituale” delle sue pagine. Considerata ormai dalla critica come l’erede della grande tradizione letteraria sudista, alla stregua di Carson McCullers, William Fulkner, Tennessee William, o di Mary Flannery O’Connor lei, nata in Carolina nel 1949, in un ambiente di miseria e sopraffazione ha trovato, grazie alla scrittura, la strada per incanalare la propria rabbia, il disgusto, o il dolore sordo che rifiuta di trasformarsi in disperazione. Con “La bastarda della Carolina” (da cui Anjelica Hustin ha tratto un film), libro pubblicato 27 anni fa in America, ma che solo oggi viene tradotto in Italia per i tipi della minimum fax, è diventata manifesto di forza e resurrezione per le donne con l’animo e il corpo offesi, oppressi, irretiti, manipolati, violati.

Attingendo alla propria biografia, al dolore per l’abuso subito dal patrigno, a 5 anni, la rabbiosa Allison, che a vent’anni scriveva frasi infuriate, è riuscita via, via a trasformare dolore e rivalsa (“Appartenevo alla classe dei poveri, ero la bambina con gli zii sempre in galera, con cui non si doveva mai giocare”) in una scrittura sublime, in cui bellezza ed orrore si confrontano. Bone è la bastarda protagonista del romanzo; attraversa fame, sporco, case marcescenti prese quasi a prestito, la chiassosità puerile dei bifolchi bianchi che bevono come spugne, le cinghiate e lo stupro del patrigno, la tigna, ma il suo desiderio di bellezza rimane intonso. Potenza dell’infanzia, che sa ancora trasformare il mondo, nonostante tutto. «Il mondo può cambiare, se raccontiamo le storie vere». A Rovereto le è stato chiesto perché abbia privilegiato la forma del romanzo allo scritto autobiografico. «Prima di tutto non volevo ferire ulteriormente mia madre – ha risposto – poi, così mi sentivo più libera. Il romanzo non deve spiegare nulla, semplicemente mostra. Mi ha permesso di ridare vita al “mio” mondo di bambina». Un attimo di silenzio, poi: «Inoltre, con l’autobiografia mi sarei ritrovata le mani piene di sangue».

Scrittura forte, lucida, implacabile, che indigna, la sua. «I libri salvano la vita – dice – i primi autori che hanno salvato la mia sono stati James Baldwin e Toni Morrison (prima afroamericana a vincere il Nobel per la Letteratura, ndr.), con la loro cifra di compassione, un sentimento dolce che mi ha aperto al mondo della letteratura. Strano, vero, sono entrambi di colore. E anche loro, come me, hanno fatto ciò che nessuno si aspettava, sono emersi dalla povertà e da una condizione di sudditanza sociale che ti fa morire. Io ho terminato il liceo e mi consideravano una strana, nessuno in famiglia aveva fatto tanto. Poi mi sono laureata in Antropologia: capire come funziona il mondo, per una figlia di proletari come me, era importante. Il femminismo, poi, mi ha insegnato a essere ancora più strana e scandalosa ed ho scoperto che ciò era esattamente quello che volevo essere nella vita, scandalosa».

Parla con occhi che ridono e quando le chiediamo come si consideri, al di là delle definizioni lusinghiere della critica, ammicca: «Sono una scrittrice, quindi ho un ego gigantesco, ma sono una scrittrice femminista e penso, per questo, di potermi definire rivoluzionaria».

“La bastarda della Carolina” (400 pagine da leggere tutte d’un fiato), ambientato negli anni Cinquanta, mette in scena il sistema patriarcale millenario che purtroppo ancora, e ad ogni latitudine, fa parlare (a uomini e donne) la lingua primitiva della forza, della sopraffazione, dell’abuso, del potere e della sudditanza. Ritrae un’umanità maschile spaccona, manesca, patetica, involuta, e pericolosa, una femminile “solida e stolida”, buona solo a generare. Entra in dinamiche familiari in cui sono le nonne, con i loro impietosi ma realistici giudizi, la vera forza di coesione spirituale, in contrasto con le velleità spesso narcisistiche e nevrotiche delle madri, come sempre predisposte all’autoinganno. “«Avrei potuto odiare la mia famiglia – ha detto la scrittrice – ma così non è stato. Amavo il coraggio e la forza delle donne. Ora scrivo per la classe operaia, scrivo in modo scandaloso, di cose brutte, ma sono le stesse che mi hanno insegnato a prendermi cura di me stessa, ad amare il fatto d’essere sopravvissuta. La resilienza è delle donne che rifiutano di morire. Difficile non odiare chi ti guarda con sufficienza: se sopravvivi a uno stupro diventi un animale, se ti succede a cinque anni, anche meno di un animale. Le donne della mia famiglia mi hanno insegnato a tenere duro. Forse per questo sono diventata femminista. Credo nei femministi, uomini e donne che lavorano per un mondo più giusto. Un mondo che non è quello di Trump».

E se il suo romanzo è scandaloso perché privo di censure (tanto che all’uscita Oltreoceano lo stato del Maine ne proibì l’ingresso in biblioteche e scuole; ci volle l’indignazione di Stephen King e signora per risolvere la controversia) e perché infrange definitivamente l’immagine d’una America patria di rinascita, progressismo, libertà, è franco senza essere blasfemo o volgare; è irriverente, magmatico, crudele, ma illuminato da una strana grazia che fa intravvedere la luce oltre il tunnel. «Credo nella gloria dello spirito umano», ha chiosato la scrittrice, mentre Giorgio Gizzi, della Libreria Arcadia, si accingeva a leggere brani scelti da “Due o tre cose che so di sicuro”, altro libro di memorie “brutalmente onesto”. Dolce nel fraseggio, tagliente nel contenuto, esattamente come l’ultimo ricordo lasciato al pubblico roveretano: “Al funerale di mamma (tanto amata, assolutamente perdonata per la protezione che non aveva saputo dare, ndr.), in chiesa c’era anche il patrigno. Ci vedeva, noi sorelle, unite, ci vedeva come fossimo un unicum, un essere potente, mitologico. E ne aveva paura. Ecco, questo è stato l’ultimo regalo che ci ha fatto mamma».

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