Trenta luglio 1970 Ecco la memoria di due protagonisti

di Sandra Mattei Una sequenza impressionante di provocazioni, manifestazioni nostalgiche, attentati: sono gli episodi che costellano gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta nei quali Trento...


di Sandra Mattei


di Sandra Mattei

Una sequenza impressionante di provocazioni, manifestazioni nostalgiche, attentati: sono gli episodi che costellano gli anni a cavallo tra i Sessanta e i Settanta nei quali Trento si risveglia dal torpore di città di provincia governata da una maggioranza bulgara democristiana, nel passaggio da un'economia prevalentemente agricola a quella industriale, per trovarsi improvvisamente con uno dei più avanzati movimenti della contestazione studentesca di tutta Europa che contagerà la classe operaia in nome dell’egualitarismo e della dignità del lavoro in fabbrica. In un contesto dove l’Italia gioca un ruolo di argine al comunismo Oltrecortina, il potere politico non può non reagire al rischio di un sovvertimento dell’ordine costituito.

Ecco che Trento diventa una delle città al centro della strategia della tensione, il cui apice sarà la strage di piazza Fontana del ’96, alla quale ne seguiranno altre. Strage delle quale non si conoscono gli autori, dopo il lunghissimo iter giudiziario e le sentenze contro Giovanni Freda e Franco Ventura, prima accusati e poi assolti in appello.

Un nuovo libro ricostruisce il clima di quegli anni e chiarisce come si arrivò alla tragica pagina della storia cittadina, quella del 30 luglio 1970, quando per un pomeriggio un gruppo di operai e studenti pretese di farsi giustizia da se, di fronte alla provocazione del sindacato fascista della Cisnal di voler tenere un’assemblea, seguita da tafferugli nei quali due operai saranno accoltellati, nella fabbrica più politicizzata del Trentino di quegli anni: la Ignis. Un episodio tornato prepotentemente d’attualità in occasione del dibattito della commissione toponomastica in Comune a Trento, a proposito della scelta di intitolare le strade del nuovo quartiere delle Albere, sorto sull’area dove una volta sorgeva la Michelin, che con i suoi 1.560 operai fu la più importante del Trentino. Il libro “Trenta luglio 1970- Storia della Ignis e del neofascismo trentino” edito della Temi è scritto a quattro mani da Sandro Schmid, sindacalista della Cgil e in seguito parlamentare e da Luigi Sardi, giornalista. Entrambi protagonisti di quegli anni, su fronti diversi: uno impegnato alla guida della Cgil dei metalmeccanici, l’altro cronista della stagione di quelle lotte che videro per la prima volta saldarsi gli ideali studenteschi di egualitarismo, antiautoritarismo e giustizia a quelli delle rivendicazioni per un lavoro più dignitoso degli operai. Il dibattito dell’intitolazione delle vie dell’ex Michelin, che si sviluppa dalla proposta della commissione di intitolare una strada al sindacalista Giuseppe Mattei, di formazione cattolica, segretario delle Acli e poi ininterrottamente dal ’50 fino al ’74 segretario dei metalmeccanici della Cisl (di cui sarà anche segretario provinciale), alla quale si contrappone con una logica da manuale Cencelli l’intitolazione di un’altra strada al sindacalista della Cisnal Gastone Del Piccolo, ha coinvolto molti protagonisti delle lotte di allora, che hanno testimoniato quella fase storica ed hanno messo in evidenza la scarsa memoria storica o, peggio, una dilagante volontà revisionista. Il libro di Schmid e Sardi, come gli stessi autori ricordano nella presentazione, nasce dall’esigenza di colmare questa lacuna della storia recente.

Scrive Schmid nella prefazione: «Per capire come è potuto succedere una reazione così virulenta degli operai che reagirono ad un'aggressione davanti alla Ignis, mettendo alla gogna il sindacalista della Cisnal Gastone Del Piccolo e il consigliere provinciale del Msi Andrea Mitolo, è necessario conoscere il contesto in cui l'episodio si è verificato». E il libro fresco di stampa è strumento utile per ricostruire i fatti, sul fronte sindacale da pare di Schmid che parte dall'avvento della Ignis in città (voluta da Flaminio Piccoli, dove per essere assunti si doveva avere il certificato di buona condotta del tribunale e anche quello del parroco), mentre Sardi analizza la strategia della tensione che si manifestò a Trento con l'attentato alla stazione del 1967 in cui morirono Martini e Foti, agenti di polizia ferroviaria e che proseguì con innumerevoli episodi, il più grave dei quali fu quello del 19 gennaio '71 davanti al Tribunale, dove fu rinvenuto un potentissimo ordigno. Solo per un caso si evitò una strage, dato che il giorno successivo era previsto il processo ad uno studente ed a un professore di Sociologia, che venne rinviato. Sono otto in pochi mesi gli attentati a Trento: dal monumento a Dante a quelli nei cinema a quello all'automobile del sindacalista Mattei. Analizzando la crescente strategia della tensione si può capire perché il 30 luglio gli operai e gli studenti organizzarono quel corteo, per altro senza trovare alcuna resistenza da parte delle forze dell'ordine (i vigili urbani scortarono addirittura la manifestazione): una reazione spontanea, seppur ingiustificabile, nei confronti delle continue provocazioni fasciste, per lo più impunite. Anche in questo caso, come per altri attentati che per fortuna non fecero stragi, l'esito della gogna avrebbe potuto essere ben più grave: quando si sparse la voce nel corteo giunto dalla Ignis all'ospedale Santa Chiara, sotto una pioggia battente, che uno degli operai era morto. Come testimonia il brigadiere Antonino Raja al processo, furono proprio Mattei e Galas della Film ad evitare il peggio. «Poiché temevo – si legge negli atti – che facilmente costoro sarebbero stati ripresi come prigionieri da gruppi estremisti, ottenni dal Mattei, dal Galas e da altri operai, che i due venissero accompagnati sin presso la Questura e che qui venissero rilasciati». E, a questo proposito, se un appunto va fatto al libro, è non aver approfondito di più gli atti processuali.

Dalle citazioni di quest’ultimi, comunque, risulta che i sindacalisti e Mattei in particolare, non possono essere tacciati di aver fomentato la gogna, come ha scritto Paolo Mitolo in una lettera alla stampa. Ma, come afferma Schmid nel libro, «continuare una polemica sulla toponomastica del nuovo insediamento nell'ex area industriale della Michelin, tra sostenitori di Giuseppe Mattei e quelli di Gastone del Piccolo, è un esercizio sterile e inaccettabile». Vero è, scrive Luigi Sardi che «a Palazzo Thun è mancato il coraggio di fare una scelta». E soprattutto, aggiungiamo noi, è mancato il dovere di chi è impegnato in politica, di informarsi, di studiare come andarono veramente i fatti, senza farsi influenzare da versioni che hanno gettato fango su chi ha difeso i diritti dei lavoratori, mettendolo sullo stesso piano di chi voleva soffocare le lotte operaie con la violenza.

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