Quella sequoia a Gocciadoro simbolo della nazione

La piantò il conte Pietro Bernardelli il 14 marzo 1861. Colpita da un fumine, resta imponente

di Mauro Lando
Nel giorno in cui si ricordano i 150 anni dell'Unità d'Italia va segnalato un atto risorgimentale del tutto particolare quale la messa a dimora, un secolo e mezzo fa, di una pianta che doveva rappresentare un monumento vivente alla Patria. A Trento va anche ricordata Trieste, l'altra città "irredenta" la cui annessione alla fine della prima Guerra mondiale compì il processo unitario.  L'albero dell'Unità. Nel parco di Gocciadoro, sulla stradina che porta alla villa Bernardelli, ora sede del Villaggio Sos, svetta la sequoia piantata il 14 marzo 1861 dal conte Pietro Bernardelli in occasione della proclamazione dell'Unità d'Italia. Quella pianta è una metafora dell'Italia: sconquassata, ma vitale. Un fulmine la colpì una ventina di anni fa ed a guardare la sequoia è ben visibile la cima monca e gli ultimi rami poco rigogliosi. Per il resto, pur non essendo frondosa, è pur sempre un albero imponente e dritto.  Il conte Pietro Bernardelli aveva ereditato dal padre Bartolomeo, di origine bresciana, l'intero vasto podere sulla collina e l'attuale parco. In precedenza tutta quell'area era stata messa all'asta da una pia fondazione e Bartolomeo Bernardelli nel 1838 la acquisì costruendo poi la villa, a sua volta ristrutturata nel 1912. Il conte Pietro evidentemente era di sentimenti italiani all'interno dell'Impero austroungarico e lo volle testimoniare piantando la sequoia nel giorno 14 marzo 1861, allorchè a Torino il Parlamento approvò la legge in base alla quale tre giorni dopo, il 17 marzo, si potè procedere alla proclamazione dell'Unità d'Italia con Vittorio Emanuele II re d'Italia. A fianco fu posto un cippo di cui ora non si ha traccia.  La proprietà Bernardelli fu poi arricchita nel 1873 dalla consacrazione della vicina chiesetta di San Adalberto eretta in memoria di un nipote del conte. Tutto venne poi acquisito dal Comune nel 1922 e così Gocciadoro divenne un parco della città.  L'albero dell'Unità d'Italia era considerato un punto fisso nelle visite delle scolaresche al parco di Gocciadoro. I maestri e le maestre si soffermavano e l'occasione serviva per un ripasso di storia patria all'aria aperta. Non risulta però che quasi un secolo dopo, con l'avvio nel 1948 dell'Autonomia regionale e provinciale che riequilibrò l'assetto istituzionale di un territorio così complesso come il nostro, qualcuno abbia piantato analogo albero. Sarebbe ora un simbolo più che cinquantenario con già una propria dignità vegetale. Forse si è ancora in tempo. Se un'altra sequoia forse è eccessiva, il presidente Lorenzo Dellai potrebbe almeno far piantare un'"edera dell'Autonomia" nei giardinetti del palazzo di piazza Dante. Chissà che tra cento anni non diventi anch'essa un monumento.  Viale Trieste. La strada intitolata a Trieste percorre la sponda del torrente Fersina dal ponte di piazza Vicenza fino a raggiungere via Grazioli nella località "Busa". E' una via di quella che era la nuova città degli ultimi decenni dell'Ottocento e dei primi del Novecento, resa possibile dal consolidamento degli argini del torrente. Tutto il viale, dal ponte dei Cavalleggeri fino a via Grazioli, venne aperto nel 1859 e si chiamava "Nuovo passeggio al Fersina" e dal 1887 si cominciarono a piantare gli ippocastani, alcuni dei quali sono ancora frondosi. Rappresentava quindi una vera passeggiata, una sorta di attrazione fuori dal centro della città, allora ancora racchiusa nelle mura medioevali.  La denominazione viale Trieste risente ovviamente del clima nazionale degli anni seguenti alla prima Guerra mondiale e riecheggiava lo slogan "per Trento e Trieste" lanciato da chi chiedeva la partecipazione dell'Italia alla "guerra contro gli imperi".  A Trento la città di Trieste ha anche un'altra suggestione e si rifà al "mito dell'università" diventato poi realtà nel 1962 con la nascita di Sociologia. Il riferimento è agli anni del fuoco irredentista da una parte e pangermanista dall'altro divampato alla fine dell'Ottocento che sfociò il 3 novembre 1904 ad Innsbruck nell'assalto di una folla di tirolesi armati di bastoni che devastarono la non ancora realmente nata facoltà italiana di giurisprudenza. Ne seguirono disordini e la polizia incarcerò 138 studenti "italiani" tra cui Alcide Degasperi e Cesare Battisti. Il governo di Vienna tentò di dirottare la facoltà a Trento trovando ostilità, la offerse a Rovereto ma quel Consiglio comunale nel 1905 rifiutò a favore di Trieste. Dopo quella rinuncia Trento attese 60 anni per avere la propria università.