«Per i prestiti bancari l’iter è troppo lungo» 

Eccesso di burocrazia. Il presidente dei commercialisti Mazza: «Servono anche 30 giorni alle banche per valutare la richiesta, ma un mese per alcune aziende può essere mortale»

di Daniele Erler

Trento. Dietro ai proclami c’è la vita vera, dietro ai tempi che si allungano tante realtà che rischiano di non vedere più la luce in fondo al tunnel. E così, accedere alla liquidità promessa dai finanziamenti nazionali e provinciali non è così semplice come si potrebbe pensare. Lo sostengono i commercialisti trentini: «Il problema grosso è il tempo che ci vuole per portare avanti le pratiche e a volte anche la sfilza di documenti che sono necessari», spiega Pasquale Mazza, presidente dell’ordine dei commercialisti. Anche quando si riesce a produrre tutta la documentazione necessaria, molte volte le banche chiedono 30 giorni lavorativi di tempo per valutare la richiesta. Il fatto che ci siano le garanzie fornite dalla Provincia o dallo Stato non sempre è sufficiente. «È tutto tempo che si aggiunge a una situazione che è già compromessa – spiega Mazza –. Pensiamo a un piccolo negozio di abbigliamento. Sta pagando ora le fatture degli ordini che aveva fatto a novembre. In magazzino ha i vestiti della collezione primaverile: non ha venduto nulla e non li potrà vendere in estate, quando finalmente potrà aprire. Nel frattempo, ha continuato a pagare l’affitto. A una realtà come questa l’ossigeno del finanziamento serve subito: aspettare 30 giorni potrebbe essere mortale».

Tutele del sistema bancario

Ma cosa c’è dietro a questo allungamento dei tempi? Secondo Massimo Bellutti, commercialista con uno studio a Trento, «il sistema bancario ha la necessità di tutelarsi, per non essere considerato co-reo in caso del fallimento del cliente a cui si è concesso il finanziamento». In parole semplici, le banche vogliono essere sicure di non avere sorprese in futuro, per aver concesso un prestito senza le dovute garanzie. Anche perché, è evidente, nella situazione attuale i rischi sono aumentati. «La normativa è carente perché non dice che certe cose non vanno fatte – sostiene Bellutti –. Si sarebbe potuto prevedere che il finanziamento garantito va fatto senza istruttorie e che, per questo, le banche non avranno responsabilità. Perché, in questa situazione d’emergenza, interviene in ogni caso l’ente pubblico». Di fatto, i commercialisti spiegano che la situazione attuale si presta a una grande discrezionalità. Ci sono banche che hanno scelto di accelerare queste richieste, facendo valere il rapporto storico con il proprio cliente. Altre che invece preferiscono tutelarsi, ingolfando le pratiche con la burocrazia. Le differenze, a volte, si vedono anche fra le diverse filiali di una stessa banca.

Una possibile soluzione

«In linea di principio non mi sento di biasimare il fatto che le banche debbano fare una valutazione sulla fattibilità del finanziamento – spiega Pasquale Mazza –. Anche perché stiamo parlando di debiti che dovranno essere rimborsati, non di capitali a fondo perduto. Solo che si poteva studiare un modo per rendere più snella questa operazione di valutazione». In che modo? «In realtà alcune banche locali un modo lo hanno trovato e anche secondo noi è la scelta migliore – dice Mazza –. Le banche conoscono già la storia passata, presente e forse anche futura dei loro clienti. Potrebbero basarsi su questo per valutare in poco tempo la coerenza di una richiesta di finanziamento». Secondo il presidente dell’ordine dei commercialisti, gli strumenti già ci sono: «basta giudicare se la richiesta è coerente con i numeri e con la storia aziendale. Poi si può imporre un vincolo di utilizzo specifico e documentato delle somme erogate. Con la verifica, anche solo a campione, di chi non aveva i requisiti e relative sanzioni pesanti dal punto di vista penale».

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