la storia

Paola Cestari di Roncafort: “Io, emigrata per poter fare la camionista”

“Qui nessuno voleva assumere una donna. I colleghi? Mi sono guadagnata il loro rispetto al volante. Mi diverto quando danno per scontato che sia la segretaria. Quando passo da Trento bevo un caffè con i miei all'area di servizio Paganella”

di Daniele Peretti

TRENTO. Paola Cestari: quando era piccola e vedeva un camion diceva orgogliosamente che da grande lo avrebbe voluto guidare. Da grande quando osserva il suo “Gangal” ("diavoletto” in dialetto tirolese) la gente le dice: “Ti si illuminano gli occhi come quando un bambino vede il giocattolo preferito”.

Ma per Paola Cestari, 39 anni originaria di Roncafort, realizzare il suo sogno non è stato per nulla facile: è dovuta emigrare. “La C/E l'avrei voluta prendere già nel 2006, ma mi sono trovata di fronte ad una situazione che mi ha fatto rimandare l'iscrizione che ho poi fatto nel 2013. Presa la patente ho iniziato a presentare domande alle aziende di trasporto trentine, ma la risposta più educata che mi sono sentita dare è stata “non ce la sentiamo di assumere una donna””.

Paola non si arrende, anzi: “ All’Interporto c'era un'area di sosta di un'azienda tedesca, ho fatto domanda e mi hanno offerto un lavoro. Non è stato facile decidere, ma alla fine ho lasciato l'Italia ed ho iniziato l’internazionale, che era il mio sogno”. Ma le radici non sono mai state tagliate: “Lavoro dal martedì al sabato, ma quando posso o passo da Trento per lavoro mi fermo. Se lavoro, i miei mi raggiungono all'area di servizio Paganella e si beve un caffè o si mangia qualcosa. Se sono libera vado a casa dei miei genitori a Roncafort”.

Paola Cestari ha frequentato l’Università Popolare conseguendo il titolo di segretaria d’azienda. Ci prova, ma il suo spirito libero la porta ben presto a cambiare lavoro. A 16 anni è barista al distributore della Q8 in tangenziale in direzione Pergine, poi lavora in un panificio ed infine si apre la partita Iva come commerciante ambulante di abbigliamento, ma anche il furgone finisce per diventare troppo piccolo.

Ma la passione per i mezzi pesanti come nasce? “Non lo so davvero. Mio padre era elettricista all'Enel, ma io sin da piccolissima quando vedevo un camion mi fermavo a guardarlo: provavo un qualcosa che non so descrivere”.

Il rapporto con i colleghi com'è? “All’inizio tanta diffidenza che travolgevo con un sorriso e mi sono presa molte rivalse. Come quella volta che mi videro arrivare e dovevo mettermi in rampa in retromarcia in uno spazio stretto. Si misero in fila a guardarmi fare manovra ridacchiando. Quando sono scesa dal camion non rideva più nessuno, anzi mi fecero i complimenti. Mi diverto quando danno per scontato che sia la segretaria e poi non sanno cosa dire quando scoprono che sono la camionista”.

Di notte dorme nel camion, mai avuto paura? “Raramente. Solo una volta a Milano avevo parcheggiato davanti ai cancelli della ditta dove alla mattina avrei caricato. Sono stata svegliata da dei rumori ed ho messo in moto e sono scappata. Quando mi sono fermata ho visto che mi avevano tagliato il telo per provare a rubare”.

Solidarietà tra colleghi? “Non posso dimenticare, anzi mi ha insegnato a fermarmi ad aiutare chi è in difficoltà, quando nel nord della Germania mi ero impantanata ed un giovane autista sloveno si fermò aiutandomi fino a quando non sono ripartita”.

Che bilico guida? “Gangal, che è uno Scania del quale però nessuno conosce la potenza, ma ricordo con nostalgia il mio primo mezzo: un Iveco 115-17 che per cambiare bisognava fare la doppietta”.

Dalla Germania, Paola si è trasferita in Austria dove lavora per una ditta del Tirolo. Al di la delle ambizioni, è difficile fare la camionista? “Se c'è la passione no. Certo, è un lavoro molto impegnativo e la criticità è quella dei servizi igienici. In Italia li evito perché sono sporchi, qualche azienda di logistica ne ha di riservati alle donne, ma non sono comuni. Per fortuna in Austria e Germania con 3 euro si può fare una doccia in un ambiente pulito”.

Concludiamo con un aneddoto? “Quando ho iniziato a cercare lavoro in Trentino non mancava, il problema era affidarlo ad una donna. Risposi ad un annuncio, ma nessuno mi chiamò. Per prova feci candidare un mio amico: lo chiamarono subito”.