'Ndrangheta Trento, gli indagati portavano a cena i magistrati 

L’operazione “Perfido”. Dalle intercettazioni emergono i tentativi di avvicinare uomini delle istituzioni e delle forze dell’ordine: «Ci possono servire». Macheda sapeva di essere controllato, Morello venne rassicurato da un generale

Trento. Dalle 275 pagine dell’ordinanza che ha determinato l’arresto di 18 persone, tra Trentino, Veneto, Lombardia e Calabria per infiltrazione mafiosa emerge il tentativo degli indagati di “agganciare” personaggi della magistratura e delle forze dell’ordine. Un’esigenza strumentale, secondo gli inquirenti, che seppure non ha rivelato alcuna condotta penale testimonia la capacità degli uomini in odore di ’Nrangheta di introdursi negli ambienti della giustizia per cautelarsi in caso di problemi. In sostanza, nella speranza di poter contare su un aiuto dall’interno qualora qualcuno del sodalizio avesse dei problemi con la legge. Un timore che aveva un suo fondamento, perché già tre anni fa si iniziava a parlare sulla stampa di infiltrazioni nel ramo della lavorazione del porfido: nel primo semestre 2016 erano state 870 le operazioni bancarie o finanziarie segnalate in Trentino perché potevano nascondere riciclaggio di denaro sporco, mentre la Direzione Investigativa Antimafia parlava di 903 segnalazioni che hanno dato luogo ad approfondimenti. Lo aveva denunciato anche il segretario comunale di Lona Lases Marco Galvagni, riferendosi all’infiltrazione della criminalità organizzata nel business delle cave, dal crac della Marmirolo a personaggi legati alla 'Ndrangheta. Questa necessità di “protezione” viene spiegata, in una conversazione registrata, da Domenico Morello, che cerca un amico generale dell’esercito per fargli da tramite con un tale magistrato trentino perché «avremo bisogno di lui». Innocenzio Macheda, considerato il “capo” dell’organizzazione, ha infatti la certezza di essere intercettato da tempo. Il generale rassicura Morello: «Non ci sei da nessuna parte (nelle indagini, ndr.)». Giulio Carini sarebbe l’anello di congiunzione tra i calabresi e uomini delle istituzioni. Come il generale dell’esercito, alcuni magistrati trentini e politici locali. Tanto che l’11 febbraio scorso organizza una cena in un locale di Lagolo (ci mangiano la capra arrosto, una specialità calabrese) a cui partecipano, oltre ad alcuni degli indagati, due magistrati del tribunale di Trento, un avvocato, un ex poliziotto e un consigliere provinciale. Lo scopo di Carini - secondo gli inquirenti, - era cercare di attingere notizie sull’avviso di proroga indagini per il reato di associazione mafiosa che gli era stato notificato. In nessun luogo delle intercettazioni vengono ravvisati reati commessi da parte di uomini delle forze dell’ordine e magistrati, ma è abbastanza evidente come accompagnarsi a personaggi ritenuti appartenenti al mondo criminale sia di per sé una condotta inopportuna per un rappresentante della giustizia. Nulla di penalmente rilevante, dunque, ma è verosimile che gli atti prendano la strada per la Procura di Trieste, competente per i reati o le irregolarità commesse da magistrati del Trentino.