Maxi sequestro, le carte che accusano i Rigotti

Novità sull’inchiesta della finanza che ha portato al sequestro milionario Un socio durante la perquisizione ha cercato di strappare una parcella



TRENTO. Un mazzo di chiavi, un documento che si stava cercando di distruggere e quella lettera di accompagnamento alla spedizione di faldoni di documenti. Ci sono anche questi episodi nell’inchiesta degli uomini del nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza che ha portato ad un sequestro di immobili per sette milioni di euro (a fronte di un debito nei confronti del Fisco indicato in 22 milioni di euro) e che vede indagati i fratelli Giorgio e Corrado Rigotti, il loro socio Paolo Abram e tre commercialisti milanesi. L’accusa per loro è quella di sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte «nascondendo» i beni che potevano coprire il danno erariale. E lo avrebbero fatto - secondo l’accusa - scatenando un vortice di passaggi di proprietà con successioni societarie che portavano verso i paradisi fiscali della Svizzera, dell’isola di Man e dello stato americano del Delaware. Le novità sull’inchiesta riguardano le perquisizioni che sono state fatte dalla guardia di finanza e che dimostrerebbero - secondo gli investigatori - come la cessione della società da parte dei Rigotti e del socio, passata da Gestim spa a Gestim Srl, fosse in realtà fittizia e finalizzata solo a sottrarre i beni al fisco. E ci sarebbe quindi quella cartella trovata durante la perquisizione a carico del commercialista milanese Antonio Carlomagno dedicato alla Gestim e con all’interno la bolla di accompagnamento del trasporto dei faldoni legati alla società, trasporto che sarebbe stato fatto circa un anno dopo la cessione della Gestim spa. E nasce il dubbio. Che senso avrebbe trattenere per così tanti mesi della documentazione che dovrebbe essere invece consegnata immediatamente agli acquirenti? E poi ci sarebbe anche quel patto strano avvenuto sempre per la vendita che di fatto solleva i venditori (i trentini) da qualsiasi responsabilità anche per fatti attinenti alla loro gestione. Eventualità molto particolare visto che al momento della cessione era già nota- dice l’accusa - la richiesta da parte dell’Agenzia delle Entrate di Trento di 14 milioni di euro. Si passa quindi alle perquisizioni che sono state fatte in Trentino. In una - nella sede della Rigotti Costruzioni - Paolo Abram avrebbe cercato di disfarsi di alcuni documenti. Bloccato dai finanzieri, a quanto pare sarebbe stato intenzionato a distruggere la parcella di un noto studio milanese che aveva seguito la Gestim nel contenzioso con l’Agenzia delle Entrate. Fatti del 2009 quando i trentini non avrebbero più avuto niente a che fare con la società. Ma in Trentino c’erano anche le chiavi degli immobili ora sotto sequestro, immobili che sulla carta non avevano più nulla a che fare con la ditta trentina. E poi c’è la «questione» della società roveretana con beni immobili collegati e che dopo esser passata da Svizzera e Lussembrigo, è approdata all’isola di Man. Con lo scudo fiscale la moglie e il figlio di Giorgio Rigotti hanno dichiarato le loro partecipazioni societarie in questa realtà. E fra i beni ci sono anche due garage che stanno proprio nella casa dei Rigotti stessi. Questi sono i risultati dell’indagine della finanza che è stata coordinata dal pm Pasquale Profiti. E che sono respinti dalla difesa. «La cessione è stata reale» ha spiegato ieri Giacomo Merlo, il legale dei fratelli Rigotti negando quindi qualsiasi gioco di scatole cinesi o simili. Che ribadisce come non ritenga che «ci sia alcun collegamento fra i miei clienti e i beni che sono stati posti sotto sequestro. Quando è stata venduta la Gestim spa, lo è stato fatto con tutti gli immobili collegati».

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