medicina

Lo studio pluripremiato sul cancro alla prostata coordinato da un trentino

Si tratta di un giovane ricercatore di Ala, Marco Moschini, che coordina uno studio del San Raffaele



TRENTO. Un trentino di Ala, il ricercatore Marco Moschini, è il coordinatore di un importantissimo studio sul cancro alla prostata che è stato presentato al Congresso europeo di urologia ed è stato pubblicato dal Corriere della Sera. Grazie allo studio sarà possibile prevedere l'aggressività del tumore con un semplice esame del sangue. Chi ha bassi livelli di testosterone ha maggiori probabilità di avere un alto punteggio di Gleason e, quindi, una neoplasia particolarmente difficile da curare.

Quello alla prostata è il tumore più frequente fra i maschi: sono 400mila le nuove diagnosi ogni anno in Europa, circa 35mila i casi registrati nel 2015 in Italia. La sopravvivenza è in crescita constante e ad oggi, a cinque anni dalla diagnosi, è ancora in vita oltre il 90 per cento dei malati. Resta però ancora da individuare un metodo efficace per distinguere i tumori più aggressivi da quelle forme «indolenti» che potrebbero persino essere non curate e uno studio italiano presentato a Monaco in questi giorni durante il Congresso Europeo di Urologia indica come possibile soluzione un semplice esame del sangue.

Nello studio del San Raffaele, come in altri studi simili, sembra che bassi livelli di testosterone siano associati, nei pazienti che hanno sviluppato un tumore della prostata, a tumori più aggressivi. Nell’analisi appena presentata in Germania un gruppo di ricercatori italiani guidati dal trentino Marco Moschini, urologo del San Raffaele di Milano, hanno dimostrato che i pazienti con ipogonadismo (ovvero un basso livello dell’ormone sessuale maschile, il testosterone) hanno maggiori probabilità di avere un alto punteggio di Gleason e, quindi, una neoplasia particolarmente difficile da trattare. In un gruppo di oltre mille pazienti, con un’età media di 65 anni, operati di prostatectomia radicale (l’asportazione totale della prostata) al San Raffaele, i ricercatori sono andati retrospettivamente a verificare la quantità di testosterone presente e hanno scoperto che 118 malati soffrivano di ipogonadismo.













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