Le cure dell’Erbario di Trento tra segreti e leggende
La copia anastatica di Priuli&Verlucca è a cura di Michelangelo Lupo
di Sandra Mattei
Rimedi per le ferite in battaglia, per i dolori del parto, per il morso di animali velenosi, per il mal di denti e la caduta dei capelli. Ma anche cure contro la sterilità e per avere un figlio del sesso desiderato. Sono centinaia le piante medicamentose per una varietà di malattie non molto diverse dalle attuali, che attraverso gli erbari, sono state codificate nei secoli passati.
Erbari che hanno origine nella Grecia antica e che si sono diffusi successivamente grazie all’opera degli amanuensi medioevali, attraverso i manoscritti dei quali in Europa occidentale si sono tramandate informazioni, credenze più o meno mescolate a superstizioni e leggende. Ma è proprio questa contaminazione tra le informazioni basate sull’osservazione diretta delle piante degli scienziati antichi e la successiva rielaborazione fantastica che avviene dal secolo IX in poi, che rende i manoscritti sulle piante dei testi affascinanti. Tanto affascinanti, da aver convinto la casa editrice Priuli&Verlucca a ristampare in copia anastatica e numero di copie limitate, riproducendo il manoscritto di fine 1400, rilegata con una raffinata copertina di pelle e trance in oro, l’Erbario di Trento. Un volume che torna al suo antico splendore, grazie allo studio certosino dell’architetto Michelangelo Lupo, che aveva già pubblicato nel 1978 e poi nell’80 un testo dedicato all’Erbario di Trento, conservato nell’archivio del Castello del Buonconsiglio ed esposto un’unica volta nel ’76 a Palazzo Pretorio.
L’edizione dell’Erbario di Trento, edita da Manfrini, però era in bianco e nero e non rendeva giustizia della ricchezza di particolari e di colori sulle piante, veri o verosimili che fossero. Con la preziosa copia anastatica della editrice piemontese (il cui prezzo è comunicato solo su richiesta) l’erbario di Trento ci riporta a quel mondo affascinante sospeso tra scienza e leggenda, che ha alimentato il diffondersi di tali manoscritti, dall’Alto medioevo fino all’epoca moderna. Spiega Michelangelo Lupo, che ha compiuto un’accurata analisi dei manoscritti che si trovano negli archivi di numerose città europee ed anche statunitensi (citati e comparati sono quelli di Firenze, di Parma, Bologna, Parigi, Montpellier, Harvard, New York) che «lo studio delle erbe e delle loro proprietà medicinali ha radici antichissime, ma l’erbario in sé riassume una forma letteraria ben definita e documentata nella Grecia antica, verso il IV sec. a.C.».
I più famosi sono quelli di Teofrasto, di Creteaus, di Dioscoride. Ma, mentre gli antichi riproducevano le piante in maniera naturalistica, man mano che si diffonde la cultura araba, anche gli erbari si trasformano, assumendo più un carattere decorativo, nel quale le piante sono raffigurate in modo fantasioso, con elementi antropomorfi o zoomorfi. E’ in particolare in Alessandria, tra il V e VI secolo, che «all’elemento propriamente e profondamente greco, si sovrapposero fino a raggiungere una mirabile fusione, tutte le tradizioni dell’antico Egitto, del mondo arabo e della cultura della vicina India». Ecco che tra le radici delle piante appaiono animali come serpenti, pesci, cani, ma anche volti e particolari anatomici umani. Anche perché si riteneva che una pianta potesse curare un organo per somiglianza, come una peonia con forma rotonda potesse curare la testa, i pinoli fossero un rimedio per denti, e così via. Lupo ha corredato le tavole con varie appendici, traducendo dal latino e dal volgare le 84 schede ed ha completato il volume con diversi dizionari: da quello dei termini botanici e medici, alle denominazioni delle ricette per rendere più digeribile la medicina, dall’elenco delle malattie contemplate a quello delle parti del corpo, dalle unità di misura al nome di medici e delle loro opere di medicina.
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