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Lavinia Del Longo, creatrice di musei: «Il Muse come un figlio»

Da via Calepina alle Albere, la direttrice dell’ufficio tecnico racconta quindici anni di “gestazione” del museo 


Daniele Peretti


TRENTO. “L’anima excel anche a 4 colonne” è il soprannome che i colleghi del Muse hanno dato a Lavinia Del Longo riconoscendole quella sua naturale capacità di gestire molteplici situazioni, incasellandole tutte senza dimenticarsi mai nulla. Lavinia è oggi la direttrice dell’Ufficio Tecnico del Muse, ma ascoltandola sembra di entrare in una mostra retroattiva del Museo diventato modello non solo per il Trentino. E pensare che tutto ha avuto inizio quasi per caso. « Sono entrata a far parte della famiglia del museo con una borsa di studio indetta dalla Fondazione Cassa di Risparmio chiesta dal direttore Lanzinger per poter permettere a due persone di poter girare il mondo visitando i musei interattivi. Era l’idea in embrione del Muse che allora si pensava come una struttura da affiancare al museo di Via Calepina».

Allora dove lavorava?
Ero un “topolino di laboratorio” del dipartimento di Fisica di Povo dove mi ero laureata dopo aver frequentato il liceo Torricelli di Bolzano. Ma sin dagli otto anni il mio sogno era quello di insegnare matematica.

Sogno realizzato?
In parte. Ho insegnato fisica al Liceo Classico dell’Arcivescovile, continuando a fare la ricercatrice. Sapevo dell’uscita del bando, stavo per far scadere i termini quando i miei colleghi mi hanno spinto a partecipare.

Vince la borsa di studio ed inizia l’avventura...
In vita mia avevo viaggiato poco, non conoscevo l’inglese se non quello scientifico ed ho iniziato a girare i musei con una delle prime mail che mi accreditava. Il primo viaggio fu in Finlandia, poi due mesi negli Stati Uniti, Parigi, Copenaghen, Barcellona solo per citare alcuni dei musei scientifici che ho visitato in quel periodo.

Ritorna a Trento e...
...e Lanzinger mi dice che dopo averne visti tanti, la mia esperienza sarebbe dovuta diventare la base per la realizzazione di quello di Trento, e così cominciarono quindici anni di intenso lavoro.

Come s’inventa un museo?
La stessa domanda che ci siamo posti col direttore Lanzinger. Abbiamo risposto partendo dallo studio di un piano di fattibilità al quale però mancava la sede perché non si aveva minimamente idea di dove realizzare il nostro museo se non che sarebbe dovuto essere cinque volte più grande rispetto a quello di Via Calepina, ma comunque proporzionato alla città.

Risultato del Piano di Fattibilità?
Un costo di realizzazione sui 100 milioni di euro e con 12 milioni di euro necessari per coprire le spese correnti e presentammo alla politica la nostra idea.

Andò bene e poi?
Nel 2005- 2006 partì il Piano Culturale con l’obiettivo della scelta dei contenuti. Intanto andava formandosi la squadra che avrebbe portato a termine il progetto con consulenti esterni sia italiani che internazionali, di personale locale che coordinavo.

Un passo in avanti fu l’individuazione del terreno sul quale costruire.
Entrare a far parte del progetto di riqualificazione dell’area ex Michelin ci portò in contatto con lo studio di Renzo Piano e seguimmo passo dopo passo la realizzazione del quartiere delle Albere.

Un ricordo?
I viaggi in bicicletta che facevo da via Calepina al cantiere che allora era una distesa di fango. Quando avevo finito il sopralluogo dovevo tornare in centro anche solo per mandare una mail perché alle Albere non c’era il computer e allora non era ancora possibile spedirle dal cellulare.

Progressivamente il Muse prende vita.
Riunioni su riunioni, idee, la decisione di scartare qualcosa per contenere i costi. Pensi che nel frattempo mi sono sposata e ho avuto due figli, beh ecco all’inaugurazione del luglio 2013 mi sembrava di aver avuto il terzo figlio.

Tutto questo mentre il Museo di Via Calepina continuava a vivere.
Direi di più, voleva dimostrare di essere vivo e capace di dare il meglio. Fu in questo contesto che coordinai la mostra interattiva “Energia 2001” di cui vado fiera.

Osserva il Muse e pensa?
Che è come il parto: non un punto d’arrivo, ma di partenza: un figlio da crescere.

Oggi di cosa si occupa?
Premetto che ho avuto la fortuna, al contrario di quanto purtroppo succede a molti miei colleghi, di fare ben poco precariato. Dopo la prima borsa di studio ne seguirono altre due e poi vinsi il concorso e diventai dipendente del Museo. Oggi sono responsabile dell’area tecnica del Muse: mi occupo di manutenzione, nuovi progetti, allestimenti e per ultimi il biotipo ed il palazzo Albere.

In tutta questa avventura ha incontrato difficoltà come donna?
Al contrario, mi ha facilitata. Sono convinta che donne e uomini siano profondamente diversi a livello mentale. Noi siamo più regolate, controlliamo meglio le emozioni e dovendo coordinare un lavoro di squadra, l’essere donna è stato fondamentale. Ma non solo per me, anche per tutte le mie colleghe.

Nel Muse si vede un tocco femminile?
Se parliamo a livello strutturale no. Però direi che lo si possa vedere nell’essere riusciti a tenere insieme il gruppo. Consideriamo l’importanza di Renzo Piano, il vulcano di idee che è Lanzinger e la passione di chi è stato coinvolto nel progetto. Direi che il tocco femminile possa essere stato la presenza di tante donne che hanno mediato, smussato, rallentato ma anche accelerato i ritmi.

Nella sua vita c’è spazio per un sogno?
Per la verità ne avrei due. A livello professionale vorrei che il Muse non tramontasse mai e che tra dieci anni fosse ancora animato dallo stesso spirito dell’inaugurazione; non dovrà mai finire di essere utile alla società. A livello personale dopo tanti viaggi per lavoro, vorrei farlo per soddisfazione personale. Mi piacerebbe andare in Giappone o in Sud America.
 

















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