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L’antidoto alla corruzione è il controllo dei cittadini: parola di Raffaele Cantone

Sociale tutto esaurito per il presidente dell’Autorità anticorruzione con il nostro direttore Alberto Faustini: «Dobbiamo puntare sulla trasparenza: è quello il motore. Chiedete alla Svezia»

di Paolo Mantovan

TRENTO. Raffaele Cantone ha il dono della sintesi. «Le racconto un aneddoto. Tempo fa è venuto in visita il ministro della funzione pubblica svedese. Ha ascoltato lungamente tutto quello che facciamo noi contro la corruzione. Era tutto orecchi. Poi io gli ho chiesto: scusi e voi che fate? Sa cosa mi ha risposto?». No, non lo so, presidente. «Mi ha risposto: “Niente, noi non facciamo niente!” E poi ha aggiunto: “Trasparenza, trasparenza, trasparenza”». Il presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione spiega così il suo programma. Un programma-Italia.

Il presidente dell’Autorità nazionale anti-corruzione Raffaele Cantone è molto concentrato sull’attività di prevenzione, è questo il compito che gli è stato affidato. Ma certo Raffaele Cantone, con l’esperienza da magistrato in prima linea contro la camorra (è lui che ha sconfitto da pm il clan dei casalesi) lavora su tutti i piani, riesce a suggerire nuove vie da percorrere anche per un’azione repressiva e non smette di studiare: perché il lavoro che viene richiesto a chi è l’alzabandiera dell’anticorruzione è tessere la tela di Penelope (il titolo di un suo libro è per l’appunto “Operazione Penelope”): non stancarsi mai, non smettere, scucire per riannodare. Perché mentre si crede di essere arrivati ai risultati cambia la «geografia della corruzione».

Presidente Cantone, il problema corruzione non riguarda solo i reati, è un problema culturale. Non è solo mazzetta, è anche “proposta indecente”, no?

Assolutamente sì. Il tema della cultura è fondamentale per due motivi: 1) è necessario stigmatizzare la corruzione come fatto negativo; 2) la negatività non riguarda solo la sfera morale ma anche il sistema-Paese: gli effetti indiretti sono pesanti, limitano la concorrenza, sono un tappo al mercato, creano problemi giganteschi sui lavori pubblici.

Tanti politici sono permeabili alla corruzione anche perché non c’è più la vecchia gavetta dei partiti: si diventa spesso subito amministratori senza un percorso...

La storia di «mafia capitale» ci spiega che c’era un gruppo che si occupava di sistemare gli appalti a Roma e insieme allevava i politici per tenere oliato il sistema. Anche i sistemi elettorali servono a poco quando c’è un soggetto che è in grado di spostare pacchetti di voti e usarli per piazzare questo o quel politico già allevato.

I partiti ne sono vittima?

Beh, questo sistema finisce per essere causa ed effetto per i partiti politici che non riescono a fare selezione. Il problema è che la politica non è più il fine della corruzione ma è diventato il veicolo per fare corruzione.

Le norme a che cosa servono allora?

Sì, può sembrare che non servano. E invece servono a tanto: danno anche un’indicazione culturale, aiutano a cambiare. Serve che riusciamo a stroncare i comportamenti a rischio prima che divengano reato.

Quali interventi occorrono, anche dal punto di vista normativo?

Tre cose. La prima è l’attenuazione della pena su chi denuncia la corruzione. La legge c’è già, è la n.69 del 2015, speriamo cominci a fare effetto. È importante perché la corruzione a differenza di altri reati porta un interesse per entrambi, corrotto e corruttore, mentre sono i reati con conflitto di interessi (dove uno è vittima) che portano alla denuncia.

La seconda?

Utilizzare in modo più massiccio le intercettazioni per le inchieste sulla corruzione, come si fa per le inchieste di mafia.

La terza?

Gli agenti infiltrati (che sono cosa diversa dagli agenti provocatori, che vanno proprio a offrire denaro) che si inseriscono in realtà associative che paiono a diretto contatto con fatti di corruzione.

La trasparenza a volte crea pesantezza alla burocrazia...

Sì, ma occorre qualità della trasparenza, non quantità. Su questo serve migliorare, perché la trasparenza, la pubblicità degli atti, degli appalti, stimola il controllo dei cittadini. Che vedono che gli appalti sono di nuovo dati alle stesse persone, che vuole sapere come viene fatto lo spacchettamento... Sono i cittadini il vero antidoto alla corruzione.

Quanto siamo indietro in Italia?

Beh, non siamo la Svezia...