il caso

In crisi nera anche i mercatini dell’usato «Mancano i soldi»

Tavernini di Re-Store: «Soffriamo per la concorrenza di Ikea ma anche per le tasse e i costi doganali per gli stranieri»


Daniele Peretti


TRENTO. Il 2014 sembrava essere l'anno dei mercatini dell'usato. A dicembre erano quattro e si poteva trovare di tutto. Ma a gennaio la situazione è del tutto diversa: uno ha chiuso, due sono in svendita come un normale negozio, di questi uno ha anche sospeso il ritiro dell'abbigliamento.

Nei mercatini dell'usato si può tastare il polso all'economia reale e se anche questo sistema conosce la crisi, c'è da preoccuparsi. Ma se da una parte crollano gli acquisti e la gente utilizza per un tempo maggiore tutto quello che ha in casa, è quasi inevitabile che di merce ai mercatini dell'usato se ne trovi poca. Un esempio è quello dell'arredamento usato, per il quale ci sarebbe la domanda, ma l'offerta latita ed il mercato si paralizza.

Giorgio Tavernini titolare di Re-Store di via Maroni, è lo storico commerciante del settore e non ha dubbi: «Stiamo andando verso un impoverimento progressivo di tutte le persone. Per molti diventa un problema anche l'acquisto a prezzi minimi come i nostri; dobbiamo stare attenti ai furti ed ancora di più a cosa prendiamo in conto vendita». Vi mette in crisi la paralisi dell'arredamento? «Se si pensa di fare business con i mobili si sbaglia tutto. Tra noleggio di un furgone, due operai, smontaggio e rimontaggio ci vogliono almeno 300 euro. Poi si deve dare un prezzo di vendita equo, ma che è sempre troppo alto rispetto al basso costo del nuovo che possono proporre catene come il Mercatone o l'Ikea. La soluzione? Acquistare a prezzo simbolico, diciamo un euro, sgombrare l'appartamento o la cantina e poi mettere in vendita ad un prezzo concorrenziale ed avere tanta fortuna. Per i mobili ho ridotto lo spazio a 200 metri, ma senza resa». Alcuni suoi colleghi stanno svendendo. « Se vuoi monetizzare ci devi provare, ma questa situazione si dovrebbe prevenire selezionando l'ingresso della merce. Ormai sono sempre di più le persone che vogliono ricavare qualcosa, da tutto quello che in casa è inutilizzato. Sempre di più le separazioni e quindi la merce della quale ci si vuole liberare. Ma bisogna anche capire cosa chiede il mercato». Lei che idea si è fatto? «Quella che questa forma di mercatino dell'usato è finita. Dobbiamo rinnovarci. Un esempio? Da noi un paio di pantaloni li si può pagare dieci euro, ma se poi ce ne vogliono altrettanti in una sartoria cinese per fare l'orlo la gente non li compra. Una volta arrivavano gli extracomunitari che acquistavano blocchi di merce da mandare a casa. Hanno alzato le tasse doganali e adesso non è più conveniente». Avete delle agevolazioni fiscali? «Questo è il problema: si parla tanto di riciclo e chi lo favorisce, non è aiutato per nulla. Servono ampie superfici e le spese sono le stesse di una concessionaria d'auto. L'Iva la paghiamo sul nostro 50%, come se fosse un prodotto nuovo. Si dovrebbe dare al riuso una valenza sociale ed incentivarlo e non considerarci alla pari di un commerciante del centro storico. Trattiamo merce senza valore economico, ma fondamentale per tante persone».

Si iniziano a avere anche quadri d'autore: «Un altro indice negativo. La gente se ne sbarazza nella speranza di realizzare, si vorrebbe riuscire a ricavare qualcosa da tutto quello che ha in casa».













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