L'INTERVISTA Paolo Caputo il primario del 118 

«Emergenze, serve un piano  per attrarre nuovi medici» 

I progetti. Il nuovo direttore viene da Venezia, lunedì il suo primo giorno di lavoro a Trento L’idea: «Combinare attività intra ed extra ospedaliera». Nel 2018 48,000 i soccorsi primari 

di Valentina Leone

Trento. operare nell’emergenza è un viaggio accidentato a cavallo tra il tempo e la morte, e le tappe sono spesso impreviste, talvolta dall’epilogo drammatico. lo sa bene il dottor paolo caputo, classe 1958, ormai ex direttore della centrale operativa 118 provincia di venezia e da lunedì ufficialmente nuovo primario di trentino emergenza. nel raccontare del suo lavoro – passato e presente – ripercorre qualcuna di queste fermate, offrendo anche qualche spunto a chi questo cammino lo sta per iniziare. «in questo lavoro – spiega - si può fare bene non dimenticandosi mai del limite della natura. quando usiamo il defibrillatore spesso vediamo persone praticamente già morte che riaprono gli occhi, ma è meglio ricordarsi sempre che siamo uomini».

Reclutare medici in Trentino è impresa sempre più ardua, nell’emergenza come in altre specializzazioni – chiave. Secondo lei, almeno per quanto riguarda il suo ambito, che soluzioni ci possono essere?

Intanto ci sono livelli che vanno ben oltre la dimensione locale: in generale bisognerebbe distinguere e dare spazio allo studio da una parte e alla specializzazione dall’altra. per quanto riguarda il trentino, e quanto di mia competenza, la mia sfida sarà trovare, di concerto con l’azienda sanitaria e tutti i soggetti interessati, una formula per attrarre i medici dell’urgenza, anestesisti e rianimatori in particolare, e i medici di pronto soccorso.

Cosa ha in mente?

La complessità del lavoro può essere elemento d’interesse, e su questo mi immagino che la proposta di integrare l’attività ospedaliera con attività extra-ospedaliera, potendo soddisfare anche l’inclinazione al soccorso, potrebbe essere un’offerta interessante, anche magari pensando a dei giovani trentini che sono andati a studiare altrove ma che avrebbero voglia di tornare: svolgere più mansioni, in un contesto in cui i mezzi sono molto avanzati, mantenendo più competenze.

Nel suo caso Trento è risultata una meta attrattiva.

In un certo senso è stato il territorio a chiamare me. dal canto mio conoscevo già il contesto perché da tempo è in essere ua collaborazione con i comparti dell’emergenza del triveneto. dal punto di vista personale cercavo nuovi stimoli, nuove motivazioni.

Tornando al l’attrattività, il reclutamento del personale risulta molto difficile soprattutto negli ospedali periferici. Nell’ambito della gestione delle emergenze, che ruolo possono avere?

Io sono per la centralizzazione, fermo restando che non bisogna abbandonare i territori o svuotare di competenze le strutture periferiche, che qui in trentino sono distribuite molto bene geograficamente. dico però che davanti a casi dove si registrano patologie tempo-dipendenti – dall’infarto al trauma cranico – la sfida deve essere portare i pazienti il più in fretta possibile dove ci sono i mezzi per fare una diagnosi adeguata.

Diamo qualche numero sull’emergenza in Trentino.

I soccorsi primari sono circa 48.000, poco più di 6.000 i secondari. ma c’è un dato che ritengo importantissimo, anche se forse si “vede” un po’ meno: provincia e apss garantiscono 80.000 trasporti programmati all’anno. parliamo di accompagnamenti a terapie o esami specialistici, ad esempio. il soccorso è il soccorso, ma questi sono servizi irrinunciabili per i cittadini.

Come si stanno articolando i suoi primi giorni di lavoro qui?

Man mano andrò a conoscere tutte le persone che lavorano nell’emergenza - oltre 300 - poi tutti gli enti e i rappresentanti delle istituzioni: una cosa alla quale a venezia tenevo molto, e che vorrei replicare qui, è la creazione di una rete solida con forze dell’ordine, vigili del fuoco, autorità portuali. nel mio precedente incarico eravamo riusciti a creare un’integrazione enorme, e qui vorrei fare la stessa cosa.

Lei ha una lunga carriera alle spalle, sempre focalizzata sull’emergenza. Qual è l’episodio, in particolare, che ricorda e che le è rimasto impresso?

Direi il mio primo soccorso, ma pensi che non ero ancora medico ed ero semplicemente uno studente che d’estate faceva il bagnino. era un bambino. porterò sempre con me anche un intervento per un incidente domestico: morì una bambina, ci fu un incidente domestico. ricordo che avevamo fatto tanto, tantissimo, tutto il possibile.

Recentemente ha anche salvato la vita a un signore che si era sentito male in piazzale Roma, a Venezia.

Passavo di lì per caso e avevo il defibrillatore in auto. il fatto è stato raccontato con molta, troppa enfasi, ma ho pensato che spesso l’infartuato che si salva ricorda il suo cardiologo, non chi è sull’ambulanza, e forse questa è stata un’occasione per raccontare quanto sia importante chi interviene nell’emergenza.