Il “medico astronauta” sul campo di battaglia combatte Covid-19 

Un’alense al San Raffaele di Milano. Maria Cristina Azzolini: «Vivo questo momento con grande apprensione e incertezza per il futuro ma ho la consapevolezza di avere la possibilità di contribuire in prima persona, come rianimatore, a far fronte a questa grande sfida»

di Paolo Tessadri
Ala. Più che un medico, Maria Luisa Azzolini sembra un astronauta quando entra nel reparto rianimazione del San Raffaele di Milano, una delle eccellenze italiane. È consapevole del momento: “Siamo personale altamente esposto e vivo questo momento con grande apprensione e incertezza”. Più che in trincea, l’alense è sul campo di battaglia.

Nata ad Ala, Maria Luisa, figlia di Mario, storico locale, si è laureata a pieni voti, 110 con lode, all’Università Vita-Salute del San Raffaele, poi la specializzazione in anestesia e rianimazione. Al San Raffaele non se la sono fatta scappare: troppo brava. Appena il tempo di respirare senza mascherina che è piombata dentro il tourbillon del coronavirus. Da Natale non vede il padre. Non ci sono più orari di lavoro. Si sa quando si entra ma mai quando si esce: in perenne emergenza, che è ormai diventata normalità. È Maria Luisa che racconta la scelta di diventare medico e poi di rimanere a Milano”.

Quando ha iniziato al San Raffaele?

Il mio percorso comincia con l’iscrizione all’università Vita-Salute San Raffaele nel settembre 2005. Decisi di fare Medicina durante l’ultimo anno di liceo pensando di iscrivermi alla vicina università di Verona. A maggio dello stesso anno visitai, su insistenza di mio padre, l’ateneo Vita-Salute in uno degli eventi “open day” e ne rimasi molto colpita per il percorso formativo proposto, la possibilità di frequentare in unico grande polo universitario e la struttura ospedaliera adiacente”.

Quindi supera il difficile test d’ingresso.

“Dopo il diploma di maturità scientifica al Rosmini di Rovereto e un’estate passata sui libri a studiare, ricordo la notizia del superamento del test di ingresso alla facoltà come uno tra i momenti più intensi e decisivi della mia vita. Dopo la laurea in Medicina e Chirurgia nel luglio del 2011 decisi di proseguire con la specializzazione in Anestesia e Rianimazione nella stessa università; sono specialista da luglio 2017.

Cosa hai fatto professionalmente dopo la specializzazione?

Al termine degli studi mi è stata offerta la possibilità di rimanere a lavorare all’interno dell’ospedale San Raffaele. Da luglio 2017 faccio parte del team della Neurorianimazione svolgendo l’attività sia di anestesista nelle sale operatorie di Neurochirurgia e Otorinolaringoiatria, sia di rianimatore in Terapia Intensiva Neurochirurgica.

Come vive questo momento?

Vivo questo momento con grande apprensione e incertezza per il futuro ma con la consapevolezza di avere la possibilità di contribuire in prima persona, come rianimatore, a far fronte a questa grande sfida. Questo mi permette di condurre una vita, per quanto stravolta soprattutto nei suoi risvolti più ludici e ricreativi, con una routine quotidiana molto simile a prima e con una socialità meno amputata di chi è invece in stretta quarantena a casa. Questo confronto quotidiano, reale, con persone che stanno vivendo la mia stessa situazione aiuta a far fronte alla stanchezza dovuta all’inevitabile alto carico di lavoro che dobbiamo affrontare e allo sconforto che molto spesso sembra non lasciare spazio a grandi speranze.

Mi pare che lei si sia inserita molto bene all’interno dell’ospedale.

Tutto l’organico dell’ospedale ha dovuto mostrare una grande capacità di adattamento ad una situazione che ha raggiunto un picco di gravità inaspettato in così breve tempo. Ho assistito a una vera e propria trasformazione di tutta la struttura che con grande capacità ha creato risorse in termini di posti letto, sia intensivi che non, in tempi molto stretti.

Una trasformazione in piena regola.

Intere unità sono state accorpate per creare spazio a nuovi reparti Covid in grado di accogliere i pazienti infetti che in massiccio afflusso afferivano al nostro pronto soccorso e dai vicini ospedali di Lodi, Crema e Bergamo. Ma se creare nuovi posti letto nei reparti può sembrare già una sfida, crearne altrettanti di terapia intensiva è stato davvero uno sforzo colossale per il mio ospedale. Nonostante questo, durante il pieno dell’emergenza, abbiamo dovuto convivere spesso con l’angoscia di vedere le nuove risorse prontamente saturate in breve tempo. Sicuramente abbiamo potuto allentare un pochino la tensione con l’apertura nella seconda metà del mese di marzo delle due tensostrutture adibite a terapie intensive: 24 posti letto realizzati grazie alla nota raccolta fondi di privati.

Nell’emergenza ha notato anche la solidarietà di molti.

Nuove strutture, reparti e presidi non fanno da soli la differenza: da quando è iniziata l’emergenza ho assistito ad una vera gara di solidarietà da parte di quel personale sanitario che, non coinvolto in prima persona, si è reso disponibile ad affiancare rianimatori, infettivologi, internisti, medici di pronto soccorso e infermieri di area critica. Nonostante tutto questo sforzo e impegno, le difficoltà sono state e continuano ad essere tante. In primo luogo la qualità delle cure offerte molto spesso si scontra con un numero di pazienti da assistere spropositato.

Però nessuno è stato abbandonato.

Nessun paziente è stato abbandonato o dimenticato e abbiamo cercato sempre di curare ogni paziente come se fosse il nostro unico paziente ma inevitabilmente il nostro modo di lavorare si è dovuto riadattare ad una situazione che ci impone molti limiti. In secondo luogo la gestione dei famigliari a casa: questo è per me l’aspetto più doloroso che questa situazione che mi chiede di affrontare quotidianamente.

Come comunicarlo ai famigliari dei pazienti?

Il problema si declina in due direzioni: tanto è doloroso per il paziente vivere la malattia in solitudine, quanto è drammatico per chi è casa rimanere in attesa delle nostre informazioni telefoniche. Mi capita spesso di precipitarmi a chiamare una moglie, un figlio per dire loro che il marito o il padre è stato estubato, respira da solo, è sveglio e lascerà presto la rianimazione; ma non trovo spesso le parole per comunicare un grave peggioramento clinico o addirittura un evento infausto a chi ha visto il proprio caro portato via di corsa da un’ambulanza, magari ne ha perso le tracce per qualche giorno e non ha potuto assisterlo e stargli vicino fino alla fine. In terzo luogo la paura di ammalarci e dover stare lontano dai propri cari e dai propri affetti in quanto personale altamente esposto.

Come si svolge la tua giornata Con il virus?

La rianimazione dove lavoro è stata l’ultima ad essere trasformata in una terapia intensiva Covid in quanto essendo area specialistica ha svolto, fino a quando è stato possibile, il proprio ruolo di ricoverare primariamente pazienti con problematiche neurologiche (per esempio emorragie cerebrali, traumi cranici o post intervento neurochirurgico). Abbiamo ricoverato il primo paziente Covid il giorno 16 marzo e in meno di 24 ore la nostra rianimazione era al completo. Si tratta solitamente di pazienti estremamente gravi, con un importante impegno a livello respiratorio ma non solo. Sono pazienti che richiedono un altissimo livello assistenziale, sia in termini farmacologici e di apparecchiature mediche, sia umane (per dare un’idea, un infermiere in terapia intensiva assiste al massimo due malati).

Lunghi turni di lavoro anche perché alcuni suoi colleghi si sono ammalati.

L’aumentata richiesta di lavoro associata a qualche defezione di colleghi a loro volta ammalati, ci impone lunghi turni in rianimazione che cerchiamo di svolgere al meglio delle nostre capacità. Ogni turno prevede una lunga vestizione con i presidi che ci proteggono dal virus (tuta protettiva, camice, mascherina, visiera, guanti) che certo non facilitano il nostro lavoro! Finito il lavoro, tra segnali deboli e linee sovraccariche, si telefona a casa, si fa una videochiamata con gli amici, cercando di riappropriarsi di quella normalità che oggi ci manca più che mai.

Maria Luisa, la dottoressa di Ala al San Raffaele di Milano che vice accanto al Coronavirus giorno per giorno, fra persone guarite e vite spezzate.