SEN JAN

Il fascino delle radici ladine è uno dei motori turistici 

A quasi un mese e mezzo dalla riapertura del Museo Ladino di Fassa ottiene molto successo l’installazione video con il racconto tradizionale “La vivana scacciata”

di Elisa Salvi

San giovanni/sèn jan. A quasi un mese e mezzo dalla riapertura, avvenuta il 10 giugno scorso, proprio con la presentazione in anteprima della suggestiva installazione multimediale, il Museo Ladino di Fassa ha già registrato un notevole afflusso di visitatori. Le presenze turistiche in Val di Fassa, in questa estate così particolare e ricca di interrogativi (in termini, appunto, di afflusso) per le conseguenze della pandemia di Coronavirus, hanno per ora dimostrato che il fascino della cultura ladina, delle origini e delle radici di questo territorio e della sua gente, con le sue storie e le sue leggende, non conosce cali d’interesse. Anzi, semmai crescita.

Si conferma comunque come ottima, la scelta di proporre alla riapertura del Museo, la novità dell’installazione multimediale nell’ultima sala della struttura, dove i visitatori assistono alla proiezione su maxischermo di un breve film sul racconto tradizionale “La vivana scacciata” (in ladino “La vivana e l cian”).

«Questa “contia” è una perla rara per la Val di Fassa - spiega il da poco ex direttore del Museo, Fabio Chiocchetti - giunta miracolosamente ai nostri giorni, con i suoi contenuti preziosi. Questa storia, infatti, riassume in sé il fondamento di tutte le “contie” e dei miti ancestrali: narra della dea “madre terra”, con figure che sono a metà strada tra bregostana e vivana, con la doppia valenza, positiva e negativa, che riporta a una cultura precristiana, perché è l’avvento della religione a introdurre la dicotomia bene e male. Ci sono, poi, la trinità femminile, che troviamo nella cultura popolare antica, i tre triangoli per un rito magico suggerito dalla donna saggia, che riporta a credenze che hanno superato i secoli».

Il filmato fa piombare lo spettatore, con atmosfere ataviche, al tempo in cui la cultura umana era intrisa del mito e delle sue varianti connesse alla natura. Ed è degno di attenzione anche il ritrovamento del racconto di cui, sin dagli anni Ottanta, si è conoscenza.

«Negli ultimi anni dell’Ottocento, Amadio Calligari di Larcioné, pittore e segretario comunale di Vigo che partecipava alle veglie in cui ascoltava le storie antiche, è autore di un carteggio con Gianbattista Cassan, originario di Pozza e professore a Bolzano. Calligari si rivolge a Cassan anche per l’interpretazione della contia in questione, che presenta strofe dal ritmo musicale, perfette per essere ripetute e tramandate oralmente, ma dal ladino difficile da comprendere. Cassan aveva contatti a Innsbruck dove c’era una élite dell’intellighenzia interladina, tra cui Willi Moroder Lusemberg, che dopo la morte prematura di Cassan raccoglie le lettere. Fortunatamente, ne viene in possesso anche Hugo de Rossi, interessato soprattutto alle parole per la creazione di un vocabolario. de Rossi le ricopia nei suoi quaderni e ne conserva una. Le altre sono andate perdute. Abbiamo studiato a fondo il materiale di de Rossi, tra cui questa “contia” scelta appositamente per la conclusione del percorso museale».

La storia, che giunge a noi da 2 mila anni fa ed è un richiamo al rispetto per la natura, ha per protagonisti un pastore, interpretato da Davide Dorich, tre vivane, interpretate da Loreta Florian, Aurora Volcan e Rebecca Sommariva, e una donna saggia, cui dà il volto Dora de Martin. Il filmato è stato realizzato da 490 Studio Trento per la regia di Filip Milenkovic.