IL CASO

Idroelettrico sul Vajont: la Provincia di Belluno dice no

Voto unanime in consiglio, così come del Comune di Longarone, contro il progetto di una società friulana per una centrale ai piedi della diga, nel territorio di Erto Casso, vicino al confine regionale: la zona fu teatro della tragedia del 1963 e ora si riaccende il dibattito fra memoria e nuovo sfruttamento energetico



La Provincia di Belluno ribadisce all'unanimità il no a una ripresa dello sfruttamento idroelettrico sul Vajont, l'area teatro della tragedia che provocò quasi duemila vittime nel 1963.

La contrarietà è stata espressa dal consiglio provinciale con l'approvazione di un ordine del giorno sostenuto dalla maggioranza e dall'opposizione.

Pochi giorni prima a confermare il proprio dissenso su progetti energetici di questo tipo era stato il Comune di Longarone, la cittadina bellunese che fu spazzata via così come Erto (Pordenone), quando 63 anni fa una gigantesca frana di 260 milioni di metri cubi di roccia e fango si staccò dal monte Toc finendo nel grande lago artificiale e sollevando un'onda di acqua e detriti che si abbattè poi a valle dopo aver oltrepassato la diga, situata in una gola in provincia di Pordenone, sul confine tra Friuli Venezia Giulia e Veneto.

Il nuovo progetto, in territorio friulano, è proposto dalla società Welly Red e prevede la costruzione di una centrale idroelettrica (potenza nominale di circa 1,8 Mw) ai piedi della diga, nel territorio comunale di Erto e Casso (la cui amministrazione si è espressa favorevolmente).

Attualmente il progetto risulta in fase di valutazione da parte delle autorità regionali del Friuli Venezia Giulia.

Un secondo progetto (378 Kw) era stato proposto dalla Compagnia Energetica Bellunese (Ceb), in un punto parecchio più a valle, nel comune di Longarone, presso la confluenza tra il torrente Vajont e il fiume Piave, ma al momento l'iter è stato soispeso per approfondimenti.

Nel dettaglio, secondo quanto riportato dalla stampa locale ripresa dall'agenzia Ansa, il progetto friulano prevede la realizzazione di una centrale idroelettrica che sfrutterebbe le portate già in transito nella galleria di scarico del "lago residuo C", il bacino formatosi dopo la frana del monte Toc.

L'acqua verrebbe intercettata poco prima dello sbocco della galleria, convogliata attraverso una condotta posta in un pozzo verticale e utilizzata per alimentare turbine installate in una centrale realizzata in caverna alla base della forra del Vajont.

Dopo la produzione di energia, l'acqua verrebbe restituita nello stesso tratto del torrente, senza creare tratti in secca. La potenza nominale prevista è di circa 1,8 megawatt, con una produzione annua stimata in oltre 13 gigawattora.

L'iniziativa è "erede" di un progetto che risale al 1996 mai realizzato anche per le forti resistenze incontrate all'interno delle comunità colpite dalla tragedia del 1963.

Il computo metrico estimativo quantifica in 12 milioni il costo complessivo dell'opera. In base alla producibilità stimata, il rientro economico atteso viene indicato in circa 1.662.500 euro all'anno. 

Nella foto Ansa, la diga oggi e sullo sfondo l'abitato di Longarone.













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