Andrea Pallanch, il pallone nel cuore

di Carlo Martinelli

“Il mio regalo di compleanno, quando ho compiuto 21 anni? Giocare contro la Juve, in Coppa Italia. Mi marcava Cabrini. Giocavamo in casa, a Palermo, stadio stracolmo. Siamo persino andati in vantaggio, con un rigore di De Vitis. Poi Laudrup, Platini su rigore e Serena hanno sentenziato chi fosse il più forte”.

C’è emozione e c’è orgoglio nelle parole di Andrea Pallanch, classe 1964, centrocampista esterno di razza, nato il 1 settembre, a Trento, il giorno di quella partita alla Favorita, la casa dei rosanero. Tappa luminosa di una carriera che lo consacra tra i grandi che il calcio in Trentino e in Alto Adige ha saputo sfornare. Carriera che non ha però avuto, e Pallanch ancora oggi non si spiega perché, quell’approdo che tutti al tempo avevano indicato, ad occhi chiusi. Per dirne due. Gustavo Giagnoni, indimenticabile mister con il colbacco, fu suo allenatore a Cagliari. Luigi Delneri era sulla panchina della Nocerina. Entrambi ebbero a dire: “Andrea, come è possibile che un talento come il tuo non sia mai arrivato alla serie A?”. Non basta. Il grande indimenticabile Gianni Mura lo scrisse nero su bianco: “Uno come Pallanch è come minimo, da subito, destinato ad allungare le panchine del Milan o della Sampdoria. Poi si vedrà…”. Già. Come mai? Riavvolgiamo il nastro. Siamo a Trento, il ragazzino Pallanch abita in via Castelbarco. Dalla finestra di casa sua vede le partite del Trento, perché quella è la via a fianco dello stadio Briamasco. Lui è sempre al campo, segue gli allenamenti, fa il raccattapalle. Finita la terza media fa l’imbianchino.

Ma nella sua vita c’è il pallone. Onnipresente. Gioca nella Virtus, nel campetto di S. Maria, nel cuore della città. Si mette in luce: scatto, dribbling, potenza, soprattutto una ferrea determinazione, mai venuta meno. Oggi, d’altronde, lo dice a voce alta: “A me stesso in campo e poi ai miei ragazzi quando sono diventato allenatore, ho sempre chiesto tre cose: concentrazione, determinazione, umiltà”. Finisce nelle giovanili del Trento, nel 1981 è nella rosa della prima squadra, in C. “Che squadra, capace di battere in casa l’Atalanta con un gol di Bertinato, che ancora ricordo”. Fa il suo esordio. Quell’unica presenza stagionale, a 18 anni, è la premessa di una carriera che molti vedrebbero proprio nella squadra della sua città. Invece va all’Udinese, ma una fastidiosa pubalgia lo blocca per tutta la stagione. Rientra al Trento, 16 partite nell’anno più triste: 12 punti in tutto, ultimi. Gli aquilotti salutano mestamente la C. “Che delusione - ricorda - l’ambiente era invivibile, giocai poco, ero militare”. E Pallanch, che pure era richiesto da molte compagini del nord, finisce alla Casertana. C’è un perché. Con la maglia del Napoli aveva disputato il torneo di Viareggio, perso in finale con il Torino

. Si fa notare, eccome. In terra campana la stagione è d’oro: 33 partite, 3 reti, la convocazione nella nazionale under 21 della serie C. E, a fine stagione, la serie B. Lo vuole il Palermo, ds Bulgarelli, che lo paga un miliardo e 100 milioni. L’inizio non è facile. “Il salto di categoria fu tremendo. Pensavo di dribblare e saltare l’uomo come ero abituato a fare, ed invece trovavo difensori tosti”. In più non è idilliaco il rapporto con l’allenatore, Angelillo. Che lo mette fuori squadra, una domenica, perché al martedì precedente qualcuno lo aveva notato in compagnia di una ragazza. Ironia della sorte: Angelillo è passato alla storia del calcio italiano per i 33 gol in un campionato (lo ha superato Higuain decenni dopo) ma anche per la “dolce vita” che gli costò il posto all’Inter. Però a Palermo il bel Antonio Valentin dura poco. Salta la panchina, arriva Veneranda e Pallanch diventa titolare inamovibile.

Quella stagione 1985-85 è benedetta e maledetta. Gioca 34 partite, praticamente sempre. Segna 4 reti, è eletto dalla stampa locale miglior giocatore della squadra, i tifosi lo adorano. In più conosce Caterina, che diventerà moglie e compagna di una vita. Nel 1990, il 15 di gennaio, insieme metteranno a segno una clamorosa tripletta con la nascita dei loro tre figli, gemelli: Giordano, Marianna e Jolanda. Ma in quell’indimenticabile anno in rosanero (se oggi andate a Palermo lo adorano ancora, Pallanch, così come era successo con un altro trentino, Carlo Odorizzi) c’è sì molto rosa ma c’è un amaro finale in nero: la squadra fallisce, viene cancellata dai campionati professionistici. La Casertana lo gira al Cagliari. Una stagione in B, chiusa con la retrocessione. Un’altra in C con i sardi e poi… E poi il mistero che Pallanch ancora oggi non sa spiegare. Lui è forte, è un calciatore di qualità superiore, il suo impegno è fuori discussione. Forse, il sospetto è legittimo, a differenza di altri non si impegna fuori campo nel tessere trame, cercare alleanze. Forse paga una guerra tra procuratori, forse il fallimento del Palermo e i pagamenti pattuiti con la Casertana lo fanno finire, a sua insaputa, in una sorta di limbo, di ostracismo evidente. Procuratori importanti a voce gli garantiscono destinazioni altrettanto importanti ed invece deve ricominciare dall’Imolese, tra i dilettanti.

Non si arrende. Il ragazzino che in treno aveva raggiunto Caserta (“non ero mai andato fuori Trento, praticamente era il mio primo viaggio”) per l’inizio di una carriera folgorante, quello sa fare: correre, lottare, giocare. Nel 1989 è al Chieti, in C2. Quattro stagioni, la promozione in C1. Amatissimo. Va alla Nocerina, in D. La porta in C2, segna otto reti. E’ un idolo dei tifosi rossoneri. Quando, qualche mese fa, è tornato a Nocera Inferiore per una amichevole di beneficenza per i terremotati, lo hanno riconosciuto per strada. “Decine di persone a cantare i cori della curva, ad omaggiarmi. Mi vengono i brividi a pensarci”. In quella squadra disputa cinque campionati. In mezzo ci mette il ritorno a Trento, nel 1994, in C2. Ancora una volta, a casa sua non funziona. Poche partite, incomprensioni. Ritorna a Nocera per altre tre indimenticabili stagioni.

Oggi in facebook trovate un gruppo che si chiama “Vogliamo Andrea Pallanch allenatore della Nocerina”. Infine Sant’Anastasia e nel 2000 rieccolo a casa: prima giocatore e poi allenatore del Vallagarina. “Ma il calcio è cambiato, non c’è più la passione di una volta. Io non guardo più le partite. Ho scelto di stare con i ragazzini, alleno il settore allievi ed elite del Calisio. Ma del calcio dei grandi, non voglio più saperne. Io posso guardare tutti in faccia, non mi prostituisco. Troppa falsità, troppa ipocrisia. Mi tengo stretti i miei ricordi”.

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I NUMERI. Oltre vent’anni in campo: 57 partite in B (4 reti), 188 in C1 (18), 113 in C2 (9) reti senza dimenticare le 151 partite tra Eccellenza e dilettanti (13). Da calciatore con Trento, Udinese, Casertana, Palermo, Cagliari, Imolese, Chieti, Nocerina, Sant’Anastasia e Vallagarina. Da allenatore Vallagarina, Arco, Isera, Volano e Calisio. Andrea Pallanch, 177 cm di altezza, 74 kg il peso forma, ha lasciato una traccia importante, figlio di quel calcio della provincia che negli anni ’80 ha segnato momenti indimenticabili. Gli anni che hanno preceduto l’avvento del pallone come fenomeno di business totale. Pallanch preferisce ricordare compagni di squadra “formidabili” come Totò De Vitis e Pietro Maiellaro, o il suo ritiro estivo al fianco di Franco Causio nella sfortunata stagione all’Udinese. O, altro ricordo da incorniciare, la seconda partita di Maradona in Italia, 26 agosto 1984. A Caserta il Napoli vince 3 a 0 con reti di Penzo, Bertoni e del Pibe de oro. Pallanch è sulla panchina della Casertana. Non ha ancora vent’anni e nel secondo tempo l’allenatore, Gastone Bean, lo manda in campo. Il ragazzino del Briamasco incrocia il cammino del più grande calciatore di tutti i tempi. Ricordi, da tenersi stretti, ora che il calcio moderno non dice più nulla ad Andrea Pallanch.