INTERVISTA

Balthazar, il gipeto più anziano delle Alpi: ferito dal piombo torna a volare

Nell'autunno scorso, era stato trovato a terra, sul versante francese: a curarlo sono stati gli esperti dell’agenzia per la conservazione della natura e l’avvoltoio si è ripreso. Poi la verifica sull'identità: era lo stesso rilasciato 37 anni prima dagli esperti transalpini. Luca Pedrotti, coordinatore scientifico del Parco nazionale dello Stelvio, fa il punto della situazione in regione: nel 2024 in val di Rabbi è nato il gipeto Marco

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FABRIZIO TORCHIO


Il 27 ottobre scorso a Thyez, nella Valle dell’Arve (Alpi francesi), un gipeto è stato trovato a terra, vivo ma incapace di volare. Nella clinica veterinaria dove è stato portato, si è scoperto che aveva un frammento di piombo nella zampa destra.

A curarlo sono stati gli esperti dell’agenzia nazionale per la conservazione della natura che guida il piano d’azione francese per la specie.

Nutrito, l’avvoltoio si è ripreso ed è tornato a volare sulle Alpi il 6 novembre.

Ma la scoperta più sorprendente è arrivata dagli anelli sulle zampe: l’avvoltoio si è rivelato essere Balthazar, il più anziano gipeto noto in natura, rilasciato 37 anni prima dagli stessi che lo hanno curato.

Nato nel 1988 in un centro di riproduzione nei Paesi Bassi, è stato il primo maschio a riprodursi sulle Alpi dopo il rilascio. Monitorato per anni - ha generato una quindicina di pulcini - mancava da tempo dalle osservazioni.

La sua storia, raccontata dai media, è diventata il simbolo del successo del progetto di riproduzione di questo enorme volatile che si ciba di carcasse e ossa, scomparso dalle Alpi nel XX secolo e tornato con oltre 260 giovani avvoltoi liberati in svariate località.

Con quasi tre metri di apertura alare, il gipeto viene osservato anche nella nostra regione: 26 anni dopo la prima nidificazione nel Parco Nazionale dello Stelvio, nel 2024 in Val di Rabbi è nato il gipeto Marco. Ma quanti avvoltoi barbuti ci vivono?

Lo abbiamo chiesto a Luca Pedrotti, coordinatore scientifico del Parco.

Come è quantificabile la presenza del gipeto nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio?

«Potremmo dire che il gipeto ha cominciato a riprodursi nel Parco dello Stelvio nel secolo scorso…. esattamente nel 1998.

Nel Parco ha trovato rapidamente ciò che serviva. Ampie zone aperte in cui cercare il cibo, alte densità di ungulati selvatici e, quindi, mortalità naturale e buona disponibilità di cibo e vaste pareti in cui nidificare. Da allora c’è stata una lenta e costante colonizzazione dell’area protetta.

Nel 2010 erano presenti 4 coppie riproduttive, nel 2015 si è riprodotta la prima coppia in territorio sudtirolese e nel 2024 la prima trentina.

Dal 2024 siamo arrivati ad avere 8 coppie nel Parco e quest’anno potrebbero esserci ulteriori novità ancora da confermare. Direi una storia di successo a cui si aggiunge l’impegno del Parco nel progetto di reintroduzione con i rilasci effettuati in Val Martello. Manca per ora solo il territorio dell’alta Val Camonica che è comunque frequentato da alcuni individui».

Chi percorre i sentieri del Parco ha la possibilità di avvistare questo grande avvoltoio: può spiegare quando e come?

«Il gipeto è una specie decisamente confidente e curiosa e quindi non è improbabile vederlo volteggiare in cielo.

Tra coppie stabili e individui immaturi è ormai comune in molte zone del Parco. Valle del Braulio, Valfurva e Val Martello sono alcune delle aree dove è più facile avvistarlo, ma anche in territorio trentino ora le probabilità sono alte.

Può essere utile mettersi in osservazione nelle prime ore della giornata verso i versanti esposti al sole, lungo i quali l’aria si scalda prima e fornisce le termiche che i rapaci utilizzano per alzarsi di quota senza fatica. Teniamo conto che i numeri non sono quelli degli ungulati e quindi dobbiamo avere pazienza e un buon binocolo».

Che valutazione si può dare oggi della presenza della specie sulle Alpi?

«Sulle Alpi il gipeto è ancora valutato in leggero incremento e in grado di sostenersi in modo autonomo. Tuttavia, le immissioni sono ancora in atto per colmare le lacune di distribuzione della popolazione.

Nel 2025 si stimavano presenti circa 100 coppie in riproduzione su un totale di 118 coppie sottoposte a monitoraggio. Nonostante la situazione sia favorevole, la specie necessita ancora di un attento monitoraggio in quanto i fattori di pressione e minaccia non sono scomparsi e un aumento dei tassi di mortalità potrebbe repentinamente invertire il trend favorevole.

Sto parlando di minacce quali il saturnismo, l’avvelenamento da piombo che sulle Alpi deriva soprattutto dai resti di ungulati abbattuti durante l’attività venatoria, di cui il gipeto può cibarsi. Ma anche l’impatto sui cavi degli impianti a fune e sui cavi utilizzati per il trasporto dell’energia elettrica.

Nel Parco abbiamo raccolto nel 2025 un gipeto adulto non territoriale morto sotto i cavi di un impianto di risalita e nel 2023 abbiamo perso Ortler, la femmina riproduttiva di una delle coppie lombarde, a seguito di un episodio di elettrocuzione contro i cavi della media tensione. Quindi le attività di sensibilizzazione e di mitigazione delle infrastrutture dell’uomo sono ancora un fattore importante per la conservazione della specie». 













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