Ciclismo

È l’ultimo Quinziato: «La mia nuova vita comincia già lunedì»

Domenica chiude la carriera con la cronosquadre dei Mondiali: «Da gennaio sarò il procuratore di Trentin»

di Maurizio Di Giangiacomo

Domenica a Bergen, in Norvegia, la cronosquadre dei campionati mondiali sarà l’ultima corsa della carriera di Manuel Quinziato, 37enne ciclista professionista bolzanino del Bmc Racing Team, che ha vestito anche le maglie di Lampre, Saunier Duval e Liquigas. Il gruppo lo ha già festeggiato domenica corsa a Montreal, dove ha corso l’ultima gara individuale. In quest’intervista le sue emozioni, i ricordi del passato ed i progetti per il futuro di un grande ciclista, ma soprattutto di un grande uomo.

Quinziato, ha provato emozioni particolari, domenica alla sua ultima gara individuale? Domenica poi, con la cronosquadre maschile, la sua carriera si concluderà definitivamente.

Domenica scorsa Oscar Gatto mi ha fatto notare che mi ero scelto davvero una bella passerella finale... Montreal è la gara più dura della stagione. Non avevo intenzione di dire nulla, ma l’ha scritto su Instagram il mio compagno Greg Van Avermaet che sarebbe stata l’ultima gara individuale della mia carriera. A quel punto l’ho scritto anch’io e domenica ho sentito davvero tanto affetto, anche da parte di colleghi con i quali non avevo mai parlato prima. Mi hanno fatto partire in prima fila, mi ha fatto molto piacere e, sì, mi sono emozionato, anche se sono ancora concentrato sulla cronosquadre di domenica prossima. Sento di aver corso ad alto livello fino all’ultimo giorno e questo mi gratifica. Non farei una gara in più, anche perché lunedì, sempre in Norvegia, comincerà già la mia carriera di procuratore sportivo: rimango a Bergen per parlare con alcuni ragazzi che seguirò a partire dal primo gennaio. Uno lo conoscete molto bene, è Matteo Trentin.

Domenica l’ultima, quando corse invece la sua prima gara da professionista?

Nel gennaio 2002, in Qatar, con la Lampre.

Cinque vittorie nelle gare in linea, una decina di affermazioni delle cronosquadre (con due ori e due argenti mondiali), 19 grandi giri, una quarantina di classiche monumento... qual è stato il momento più bello?

Due anni fa all’Eneco Tour, sul muro di Grammont. Quel giorno ho alzato l’asticella. Ho sempre amato le classiche, vincere sulle strade del Giro delle Fiandre fu bellissimo.

E il momento più brutto?

Ce ne sono stati diversi, il ciclismo è come la vita, comporta tanti sacrifici. Forse quando caddi l’anno scorso al Giro delle Fiandre, trascinando con me tre compagni tra i quali Van Avermaet, che si ruppe una clavicola. Sono buddista, ma nemmeno la fede mi aiutò in quell’occasione, sebbene non fossi caduto per colpa mia: se mi fossi fatto male io mi sarei fatto una risata, ma avevo provocato un danno ad un mio compagno di squadra e non riuscivo a farmene una ragione. Poi mi arrivò un messaggio di Joaquim Rodriguez: “Pensa a quante corse gli hai fatto vincere”. A ben guardare, poi Greg vinse le Olimpiadi, magari fu meglio così.

Ha colleghi che rimarranno sicuramente amici?

Sì, certo, tantissimi. Murilo Fischer, che è stato recentemente a trovarmi a Bolzano, e poi Daniel Oss, Matteo Trentin, Filippo Pozzato, Burghardt... In questo momento, forse, quello più vicino è Ventoso, che abita come me a Madrid. Ma non vorrei dimenticare qualcuno, sono davvero tanti.

La persona più importante della sua carriera?

Dopo i miei genitori, sicuramente Dario Broccardo. È un allenatore, un maestro, un padre e uno psicologo allo stesso tempo.

C’è qualcosa del ciclismo che non rimpiangerà?

Gare come quella di Montreal, il mal di gambe, correre sotto la pioggia... Dico così, ma poi forse tra qualche anno mi mancherà anche quello. Come fare Stelvio e Gavia sotto la neve, è un’impresa che ricorderò per sempre.

Cosa cambierebbe, nel ciclismo, magari sfruttando il suo futuro ruolo di procuratore?

È uno sport con delle potenzialità incredibili: ogni anno è praticato da un numero sempre maggiore di persone, ogni anno viene venduto un numero maggiore di biciclette. Uno sport che muove così tanto dovrebbe godere di una dignità anche economica maggiore. Non è uno sport povero, ma i corridori non guadagnano ancora a sufficienza. Per farlo dovranno recuperare un’immagine massacrata dal prezzo che abbiamo accettato di pagare per gli scandali doping. Abbiamo fatto un miracolo, non se ne parla quasi più. Io cercherò di recuperare quell’immagine, anche con i miei ragazzi.

Bolzano o Madrid?

Ancora per qualche anno farò 50 e 50. Madrid ha l’aeroporto vicino, Bolzano la natura. Mi dividerò.

Come conobbe sua moglie Patricia?

Da ciclista, alla cronosquadre che vincemmo alla Vuelta del 2008. Lei era una miss...

E suo figlio Gabriel quanto ha ora?

Un anno e un mese, fa già dieci passi da solo.

Farà il ciclista?

Farà quello che vuole. Io ho avuto due genitori splendidi, senza di loro non sarei arrivato fino a qui. Ma il ciclismo mi ha insegnato che tra te e i tuoi obiettivi c’è solo quanto sei determinato a raggiungerli. Se lo vorrà davvero, lo farà.

Twitter: @mauridigiangiac

©RIPRODUZIONE RISERVATA