“Tracce di passaggio” Dieci opere di natura

Il gruppo “Terrae” ha ridisegnato lo spazio dei Laghi dei Masi di Ruffrè Un progetto biennale affidato ai giovani del liceo delle Arti e delle Accademie

di Carmine Ragozzino

di Carmine Ragozzino

Vesciche e calli: arte sì, ma arte operaia. Stimmate d’arte se le mani intrecciano rami, segano tronchi, s’infangano d’argilla, sudano tra fieno e terra ed erba. Ma sono mani che a fine lavoro – dopo una settimana di lavoro duro e di amicizie destinate a durare - si stringono l’una all’altra nella soddisfazione collettiva. E dieci opere “singole” diventano un’opera sola: un percorso, una filosofia. E’ la gratificazione di chi ha chiesto alla natura l’ispirazione. Di chi alla natura ha domandato in prestito “materia” semplice per restituirla in forme, in idee. Sono forme che hanno l’obiettivo di valorizzare un ambiente, un luogo, un contesto di incantevole relax . Opere che sintetizzano un atteggiamento di umiltà, di rispetto. E di scoperta.

La land-art è un sentimento: viene prima delle tecniche. E’ una cultura: armonia ritrovata, e da far ritrovare. Una cultura che precede, sostiene e quasi sempre stravolge in positivo un qualsiasi progetto artistico. E’ la natura che “guida” l’artista: gli regala visioni, intuizioni, prospettive. La natura “suggerisce”, e quasi detta, le installazioni. Indica come e dove realizzarle. La natura decide le angolazioni, indirizza le suggestioni di chi crea e di chi può godere – e far godere- delle sue creazioni. La natura, insomma, s’impone. E’ maestra d’arte che – per dirla con chi l’arte la insegna dentro le Accademie più rinomate - può regalare in pochi giorni di gioia e fatica l’esperienza di un semestre sui libri.

La natura, infine, s’impossessa della creatività che si fa forma, che foggia i monumenti “open air”. Nel tempo, la natura quelle forme le ri-modella a suo piacimento con l’alternarsi delle stagioni ed il rincorrersi del caldo e del freddo, della pioggia e delle neve, della felicità del sole o l’interiorità delle giornate uggiose. Ma se le forme, le creazioni, hanno rispettato la natura, se c’è stato dialogo intenso ed onesto tra l’arte e la natura, una galleria a cielo aperto non “chiude mai”.

E’ questo il senso di “Tracce di passaggio”, il progetto portato a termine sabato scorso ai due laghetti mignon di Ruffrè, specchi d’acqua incastonati in un paesaggio di pregio che può condurre fino alla vicina Mendola imperiale in una camminata di salute che ora grazie alla land-art procura beneficio al fisico e alla mente. Quello spazio è diventato nella settimana prima del primo di agosto un laboratorio di scambi esperenziali, di amicizie e collaborazioni artistiche intergenerazionali grazie alla dedizione, alla caparbietà e alla generosità del gruppo “Terrae”. Il gruppo di quattro “vissi d’arte” (ma non solo) inscindibilmente legati al loro territorio e alla convinzione che vada ristabilito con tutte le forze il salvifico equilibrio tra uomo e natura.

Il gruppo “Terrae” ha ideato il progetto biennale ai Laghi dei Masi. Un percorso in dieci opere, in dieci linguaggi diversi nel comune idioma dell’amore per la natura, affidato ai giovani artisti in arrivo dalle Accademie d’arte del centro nord d’Italia e dal liceo delle Arti di Trento. Un percorso d’arte – certo – ma, di più, un itinerario umano tra le sensibilità, le storie, le aspettative di ragazzi e ragazze che hanno vissuto insieme la settimana delle loro creazioni, (nella scuola dismessa di Ruffrè adattata a bed and breakfast, nel rapporto con il volontariato del paese mobilitato da Federico Seppi). Una palestra per artisti giovani subito a loro agio nel segnare, ogni coppia a proprio istinto e propria abilità, le “Tracce di paesaggio”. Tracce, le dieci belle e curiose opere di questa prima edizione, che portano nomi a volte intriganti, altre volte criptici, altre ancora curiosi. Ma dietro ad ogni nome c’è il cuore di chi ha messo la sua arte, (agli esordi, oppure già rodata), al servizio di una natura. E non viceversa.

E così nel “Catturatore di paesaggio”, (Domenico Laterza ed Urma), l’ambiente naturale regala mille sfaccettature. E così dalla “Sedia dei laghi” di Aran Ndmurvanko il trono delle riflessioni ha rimandi di terra nonesa e di terra d’Africa. E così nell’ “Anima di Resina”, (Lucia Marchesin e Greta Savignano) una capanna dispensa gli odori e le armonie di un bosco. E così “Le Ore” (Ismaele Nones e Davide Dalmazio) l’interazione è senso e speranza. E così il “Nido”, (Andrea Rimondo e Thomas Tosato) è un intreccio che invita ad una vita senza fretta. E Così la “Difesa” di Veronica Rigotti è un albero da proteggere ad ogni coso, anche con grosse spine. E così nel “Senza Titolo”, (Annamaria Maccapani e Giulia Sacchetto) la ragnatela non intrappola, accoglie. E così “Su di Giri” (Michela Dal Brollo e Anna Zanichelli) la natura diventa un marchingegno, un gioco, un ritmo mutevole. Così “Lasciate un segno voi che entrate”, (Andrea Fontanari e Bruno Fantelli) le impronte nell’argilla testimonieranno quanto la natura può e deve tornare ad essere amica.

E così, infine, le otto grandi e affascinanti “Gocce” del Gruppo Terrae, (Alberto Larcher, Giuseppe Dondi, Fabio Seppi e Roberto Rossi) sono una sequenza di rossastri raccoglitori di terra-paglia. Si riempiranno d’acqua piovana e di emozioni. Sono gocce di vita, che invocano alla vita. Ma nella scuola della natura la vita è quell’equilibrio che altrove s’è dimenticato. Un ambiente da non ferire e dieci opere d’arte nate da un progetto “povero” di contributi ma ricchissimo di idealità e passione ci ricordano che la cura del territorio e cura di noi stessi.