STORIA»IL NUOVO LAVORO DI QUINTO ANTONELLI

Sarà presentato l’1 marzo a Rovereto, alla Fondazione Caritro di piazza Rosmini. E’ da pochi giorni in libreria “Cento anni di grande guerra” pubblicato da Donzelli. Sottotitolo: “Cerimonie,...

di Paolo Piffer

Sarà presentato l’1 marzo a Rovereto, alla Fondazione Caritro di piazza Rosmini. E’ da pochi giorni in libreria “Cento anni di grande guerra” pubblicato da Donzelli. Sottotitolo: “Cerimonie, monumenti, memorie e contromemorie”. Lo storico Quinto Antonelli, responsabile dell’Archivio della scrittura popolare della Fondazione Museo storico del Trentino, ritorna sugli scaffali dopo “Storia intima della grande guerra”, anche quello editato dalla casa editrice romana, con un saggio di oltre 400 pagine che, con tutta probabilità, farà discutere. «Non nascondo che, pur su basi scientifiche e fonti documentate, è un saggio militante, di parte. Contro ogni celebrazione, adunata degli alpini, momento retorico», sottolinea. Il che, detto proprio quando in questi anni, in pompa magna, viene commemorato il Centenario del Primo conflitto mondiale e a maggio gli alpini si ritroveranno a Trento per il loro raduno nazionale è affermazione che farà storcere il naso a qualcuno. «C’è una abissale differenza, una discrasia – sottolinea lo storico – tra le ricerche storiche e la memoria pubblica. Questo saggio dice no alla guerra e al suo racconto patriottico che nasconde sempre una convinzione e cioè che quella fu una guerra giusta quando invece fu un conflitto imperialista».

Già il titolo fa intuire qualcosa. “Cento anni di grande guerra” non “dalla Grande Guerra”.

«Certo, perché in questo ultimo secolo dalla fine del conflitto la Prima Guerra Mondiale ha continuato a vivere nelle cerimonie e nella memoria pubbliche».

Come “vive” nella memoria pubblica, nella percezione comune?

«Il racconto del conflitto non è centrale solo durante il fascismo ma prosegue ad essere celebrato anche durante la Repubblica, a tutt’oggi, con una continuità inquietante».

Inquietante?

«Sì. Perché con questa memoria non si fanno proprio i conti. Siamo ancora qui a sentire termini quali quelli di “guerra giusta”, “patriottica”, “risorgimentale”, “che unisce Trento e Trieste”, “che porta a compimento il disegno di unificazione nazionale”. Sono tutti motivi che ritroviamo, decennio dopo decennio, come fossero un mantra, fino ad oggi».

Par di capire, quindi, che per lei tutti questi termini assumono un’accezione negativa. Ma la guerra c’è stata. E cosa è stata?

«È stata ciò che dicono le ricerche storiche e non la memoria pubblica. E la storiografia ha raccontato una storia diversa dal sentire comune».

Cioè?

«La Prima Guerra Mondiale non è stata la quarta risorgimentale, d’indipendenza, ma la prima del Novecento, imposta al popolo italiano che non la voleva e l’ ha subita. Che non solo ha provocato decine di migliaia di morti se solo si guarda al fronte italo-austriaco ma è stata di natura imperialista. Il presidente del consiglio Antonio Salandra e il suo ministro degli esteri Sidney Sonnino volevano il dominio sul Mediterraneo, conquistare la Dalmazia e arrivare sulle coste africane. Volevano la “Grande Italia”».

Andiamo sul leggero. Una copertina cinematografica con i grandi Alberto Sordi e Vittorio Gassman. Un fermo immagine tratto da “La grande guerra” di Mario Monicelli…

«Leggera magari ma che già dice qualcosa di quello che si troverà nel volume. E’ l’immagine di una guerra ricostruita, di una sua rappresentazione. Quella comune. Ecco, si può dire che questo saggio non è un libro di storia sulla Prima guerra mondiale ma sulla sua rappresentazione pubblica».

C’ è un capitolo che non poteva mancare?

«Sì. E’ il capitolo che affronta un tema a lungo dimenticato. Quello della contromemoria socialista. Non è un caso che sia il primo. Sono contromemorie, personali e collettive, fiorite fin dal primo dopoguerra quando i socialisti non partecipavano alle cerimonie del 4 novembre e del milite ignoto. O, ad esempio, sono le lapidi che le Leghe dei socialisti cercavano di realizzare e mettere in evidenza a ricordo di chi si oppose alla guerra e di chi morì gridando no al conflitto. Ma poi bandiere, inni, canti contro la “Grande Guerra”, anche durante il suo svolgimento. Una memoria separata, una posizione radicale. Poi, il fascismo prevalse e tutta questa memoria scompare, le lapidi vengono divelte e spezzate, i canti si inabissano. Rispunteranno negli anni Sessanta».

Se si vuole sintetizzare questo lavoro?

«Il mio sforzo è stato quello di comporre un’unica narrazione di temi e argomenti affrontati anche in altri lavori, dando sistematicità e rigore. E, nello stesso tempo, aggiungo che è anche un libro molto trentino perché visti da qui certi aspetti si vedono con un occhio diverso avendo noi una storia diversa, dato che abbiamo partecipato alla guerra da un’altra parte, non da quella italiana ma dal fronte austro-ungarico. E questo ci permette di avere uno sguardo attento alla complessità”.