L’ INTERVISTA»IL MENESTRELLO ANGELO BRANDUARDI

ROVERETO. Da “Alla fiera dell’est” alla “Pulce d’acqua”, dal “Ballo in fa diesis” a “Cogli la prima mela”, passando per innumerevoli sperimentazioni artistiche, ricerche filologiche, recuperi di...

di Christian Giacomozzi

ROVERETO. Da “Alla fiera dell’est” alla “Pulce d’acqua”, dal “Ballo in fa diesis” a “Cogli la prima mela”, passando per innumerevoli sperimentazioni artistiche, ricerche filologiche, recuperi di tradizioni antiche e popolari spesso sepolte dalla polvere ma fresche e vitali per espressività ed efficacia, la carriera di Angelo Branduardi ha attraversato quasi mezzo secolo di storia musicale italiana, scrivendo alcune tra le pagine più belle del cantautorato nostrano, capace di confrontarsi, però, con una dimensione ben più ampia di quella rappresentata dai confini nazionali. Nato a Cuggiono vicino a Milano nel 1950 e trasferitosi giovanissimo a Genova, dove si è diplomato in violino al Conservatorio, ha maturato ben presto, pur tra i modelli e gli esempi forti che animavano i capoluoghi lombardo e ligure, uno stile personalissimo, che recupera sonorità antiche, spesso medievali o rinascimentali, rilette alla luce di una costante meditazione sul valore della musica, al punto da avergli fatto meritare il titolo di “Menestrello”, apprezzato da un pubblico che, negli anni, lo ha accompagnato nelle sue innumerevoli esibizioni. Sabato 8 dicembre sarà in concerto dalle ore 21 a Rovereto, presso la Piazza del Mart. Lo abbiamo intervistato.

Quarantacinque anni di carriera, moltissimi brani che sono diventati patrimonio musicale e culturale comune: può riassumerci il senso del Suo percorso artistico che L’ha condotta fin qui? Cosa Le ha dato in tutti questi anni la musica?

«La musica mi ha dato tutto. Di sicuro mi ha dato di più di quello che io ho dato a lei. Però è stata ed è una meravigliosa avventura. Io sono stato allevato per fare il musicista, avevo cinque anni quando ho iniziato. C’è stato il periodo della polvere dietro le spalle, della maturazione. I talenti non sbocciano da soli, così come si potrebbe pensare vedendo uno dei talent show dei giorni d’oggi. Il talento deve essere alimentato, ci vuole tempo e denaro. Ai tempi d’oro della discografia – dico tempi d’oro perché ora la discografia non esiste più, soppiantata da Internet – ti prendevano per cinque anni e ti davano tre possibilità. Ti dicevano: “Il primo disco è in perdita, con il secondo andiamo pari, con il terzo guadagniamo”. In più ti davano qualche soldo per poter sopravvivere in quegli anni e maturare. Cinque anni di tempo. Oggi invece hai cinque secondi di tempo e un calcio nel fondoschiena alla fine. Questo decide, forse, tra quello che è destinato a rimanere e quello che invece passa».

“Per due soldi un topolino mio padre comprò”: non c’è persona che legga queste parole senza accennare al motivo di “Alla fiera dell’est”. Cosa decreta la fortuna di un brano? E cosa ha decretato la fortuna di Branduardi?

«Il bello de “Alla fiera dell’est” è che, se chiedi a un bambino chi sia Angelo Branduardi, ti risponde: “Boh!”; se invece gli parli di un topolino comprato per due soldi alla fiera dell’est, allora riconosce la canzone. Questo significa che il brano non è più mio, ma è parte del patrimonio popolare, è diventato proprietà di tutti. Questo mi dà, senza essere immodesto, un po’ di immortalità, perché se ne ricorderanno quando non ci sarò più. Ogni volta che mi esibisco, propongo il brano nella versione originale, con questo senso di stare suonando un’opera che appartiene a tutti. Per me fare musica è cercare, scavare, tenere testa alla mia idea di musica, attraversare alti e bassi. In quarantacinque anni di carriera ho fatto molti salti generazionali. Dopo circa cinque anni una parte del tuo pubblico se ne va. Se non c’è ricambio generazionale, sei finito. Io ne ho attraversati diversi. Nella mia nicchia, c’è ancora chi mi ascolta, in Italia e anche fuori. È una nicchia grande, quella in cui io sto, però è una nicchia. Nessuno fa quello che faccio io – magari perché non gli piace, magari perché non lo sa fare – perciò, appunto, lo faccio solo io. Correndo da solo, quindi, arrivo sempre primo».

Il Trentino è una terra in cui Lei si è esibito numerose volte: cosa Le ha regalato, musicalmente?

«Musicalmente ho dedicato al Trentino anche un disco, “Futuro antico VIII”. Io e Francesca Torelli abbiamo studiato il patrimonio musicale trentino dal punto di vista filologico. Abbiamo cercato di andare al cuore della musica trentina, che è stata grande anche perché, durante l’interminabile Concilio di metà ‘500, ha visto ospiti alla corte dei vescovi numerosi artisti. Pur con mille divieti e restrizioni, essi hanno animato Trento. Questo progetto mi ha reso poi Direttore Artistico, per due anni, del Centro Servizi Culturali Santa Chiara. Ho cercato di inventare situazioni strane, conciliando diavolo e acqua santa, facendo tentativi e accostamenti perché un concerto non si limitasse a un elenco di canzoni, ma avesse un’anima sempre diversa e ristorata, capace di rendere più evidente il senso della musica. È una concezione più esoterica della musica. Un viaggio che ha per fine un’estasi musicale, capace di sollevare di un metro il teatro».

Da Fortini alla madrigalistica medievale, da Dante alla musica rinascimentale, la ricerca sembra essere la cifra della sua musica. Proseguendo oltre in questa indagine, cosa si augura ancora si scoprire e di sperimentare?

«Io sto lavorando a un nuovo progetto. Un’idea folle – ma già era stato definito folle il progetto de “L’infinitamente piccolo”, su san Francesco d’Assisi –, che forse porterò a termine. È un’opera molto spirituale, che rappresenta un cammino dell’anima. Cerco qualcosa di nuovo, ma mi porto comunque dentro molti modelli. Sicuramente De André, Battiato, Conte. Li sento vicini, ora musicalmente – in particolare Battiato – ora per altre ragioni – Conte. Tra i giovani, amo molto Caparezza e Fabri Fibra».

Tra tante costanti, però, a volte c’è anche un mondo che cambia, e non sempre in meglio. A fine ottobre, il Trentino, assieme a tutto il nord-est italiano, è stato flagellato dal maltempo, che ha sradicato migliaia di alberi, tra cui, ad esempio, in Valle di Fiemme e nel parco di Paneveggio, le foreste dei violini di Stradivari, degli abeti di risonanza. Lei è molto legato a questo strumento: può dirci cosa rappresenta per Lei?

«Innanzitutto, una parte dell’ incasso del mio concerto a Rovereto sarà proprio destinata al Trentino colpito dalla calamità. L’abete rosso della Valle di Fiemme è considerato il miglior legno per le tavole armoniche, assieme a quello del Tirolo. Tutti i grandi liutai dell’epoca di Stradivari, ma anche oggi, usano tavole spesso centenarie ricavate da quegli alberi. È un patrimonio da salvare e valorizzare, grazie anche all’opera dei liutai. Per me il violino è lo strumento con cui sono nato. È la mia vita. Esso è anche lo strumento del diavolo, l’unico che sembra che non sia tu a suonarlo, ma sia lui a suonare te».

Nei Suoi brani, anche con il Suo violino, si è interrogato spesso sul rapporto tra uomo e ambiente. Viene dunque da chiedersi quale strada stiamo imboccando. Cosa si augura per il futuro? Ritiene che la musica possa contribuire a cambiare il mondo?

«Qualcuno diceva una frase molto bella, non so quanto veritiera, che recita che la bellezza salverà il mondo. Potremmo spiegarla per ore. Eppure è vera. L’arte più astratta in assoluto è la musica. Come dice Morricone, è l’arte più vicina all’assoluto, proprio perché è l’arte più astratta. Se è vero che la bellezza salverà il mondo, al primo posto ci sarà la musica».