Il “Rogo” di Sartori Tre storie, una storia

Lo scrittore domani sarà al Centro Trevi di Bolzano e il 2 maggio a Trento Lo sfondo alpino è il filo conduttore di un viaggio letterario di gran classe

di Carlo Martinelli

di Carlo Martinelli

L’esordio domani 27 aprile, alle ore 18, a Bolzano, al Centro Trevi dove, in compagnia dell’autore, ci sarà la scrittrice Brunamaria Dal Lago Veneri. Poi, con il direttore di questo giornale, Alberto Faustini, il libro sarà a Montagnalibri, nell’ambito del Filmfestival: l’appuntamento è per sabato 2 maggio a Trento. Poi ancora al Salone del libro di Torino, venerdì 15 maggio, con Helena Janeczek. Ma non saranno solo questi pur importanti appuntamenti a far sì che si parlerà molto di “Rogo”, il nuovo romanzo di Giacomo Sartori (CartaCanta edizioni, 200 pagine, 14 euro), ad ore nelle librerie. Trentino, classe 1958, agronomo, radici in quel di Parigi (i suoi primi tre romanzi sono tutti tradotti e pubblicati Oltralpe), membro del blog collettivo “Nazione indiana”, Sartori continua una sua personale ed ostinata peregrinazione di editore in editore: Saggiatore, Sironi, Pequod, Gaffi ed ora la qualità e il rigore di CartaCanta. Il tutto di pari passo con la tenace fedeltà ad una scrittura limpida quanto impegnativa, che scava e scandaglia, che non ammette concessioni, che chiama il lettore ad una attenzione non banale.

Questo suo romanzo di rara forza espressiva è una storia alpina, non a caso ambientata in un non meglio precisato ma pure intuibile Vigo. Il luogo dove si dipanano le tre storie del libro. Sì, perché il lettore deve fare i conti con la Gheta, torturata e condannata a morte per stregoneria: e siamo nel 1627. Con Lucilla che perde l’amato Ilio, alpinista e guida alpina, sulle montagne del Pakistan, lasciandola solo con un bimbo in arrivo che lei, travolta da un dolore non lenibile, sopprimerà: siamo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del secolo scorso. Infine con Anna e la sua terribile vicenda, che Sartori colloca nel 2012. La storia di una donna che partorisce e lascia morire (o sopprime?) il suo bambino, nel contesto di una famiglia tutta cultura e arte, con una badante e un dottore inquietanti coprotagonisti.

Sartori affida al lettore una avvertenza finale. Riproporla, qui, è doveroso: perché delle sue tre storie che si intrecciano nel tempo e nei luoghi - con un carico di dolore, destino, rivolta e vigliaccheria, connivenze e convenienze, amore e morte che lo scrittore restituisce in forma di ottima letteratura - l’ultima richiama, inevitabilmente, un caso di infanticidio avvenuto proprio alle porte di Trento , pochi anni fa.

Ebbene, Sartori scrive: “Tutti i personaggi che respirano in queste pagine sono di pura e fantasiosa invenzione, in ogni loro particolarità e connotazione, e non imitano persone realmente vissute o viventi, non riproducono le loro azioni, non pretendono forzare l’intimità di soggetti con un cuore che batte o ha battuto, o violare il loro mistero. Le situazioni descritte possono riecheggiare in certi casi scheletri di eventi realmente accaduti in tempi recenti o passati, ma per quella semplice inerzia che fa sì che certi episodi uditi o letti, o anche solo intravisti nelle bocche voraci dei media, si incistano in profondità dentro di noi, allignando e sopravvivendo anche quando crediamo di averli scordati, rinascendo talvolta come incubi o visioni. Gli abitanti di questo romanzo, al pari di quelli di tutti i romanzi, sono fatti in realtà di parole e vento, vento che spira irresponsabile da lontano e va in libertà chissà dove, esattamente come le parole che ci abitano, utili a sorreggerci e farci sognare, ma che non appartengono a nessuno e non detengono alcuna verità” .

Ora, chi riconosce nella frase di Simenon - “la vita di ciascun uomo è un romanzo” - l’essenza stessa dell’urgenza della scrittura, della necessità della narrazione, comprende bene come Sartori abbia certamente attinto a brandelli di cronaca, quelli della “bocche voraci” dei media, per affrontare un viaggio che è però altro. E’ desiderio e tentativo di spiegare quel che forse non si può spiegare. E’ viaggio nell’animo di donne e uomini che inciampano nella vita e in questo senso il continuo passaggio di testimone tra le tre donne così lontane nel tempo (la Gheta nelle nebbie dell’Inquisizione, Lucilla a cavallo di un’epoca che ci ha portato dalla civiltà contadina al postmoderno liquido in cui ancora siamo immersi come pulcini ciechi e Anna, figlia smarrita di un oggi dove i labirinti e gli specchi si sprecano) diventa l’ammaliante cifra stilistica di questo “Rogo” che non vorremmo finisse al rogo perché ha osato attingere ad eventi certamente dolorosi, certamente laceranti.

Si badi. Il romanzo di Sartori è pubblicato nella collana “I Cantastorie” e da una piccola, orgogliosa casa editrice che non a caso ha scelto di chiamarsi CartaCanta. Questo importa. La fedeltà dello scrittore alla necessità di raccontare. Tutto il resto è cronaca.