I segreti di Villa Madruzzo tra amanti, affari e vendette

Il nuovo libro dello scrittore trentino Giorgio Dal Bosco apre un fronte “spinoso” «Tutto documentato, solo che gli storici ufficiali hanno sempre preferito glissare»

di Nicola Rabbi

TRENTO. «Questo libro – esordisce Giorgio Dal Bosco giornalista e scrittore trentino che abbiamo intervistato, in qualità di autore del libro La storia (anche rosa) di Villa Madruzzo. “Lo sventurato rispose”, appena arrivato nelle librerie trentine – è nato da una semplice curiosità. Conoscere quel briciolo di realtà che c’ è sempre alla base delle cosiddette leggende metropolitane. Qui, in verità, trattandosi di Cognola, sobborgo di Trento, è una leggenda paesana. Esisteva davvero un passaggio segreto sotterraneo tra la villa in cui d’ estate abitava Carlo Emanuele Madruzzo, l’ ultimo della omonima dinastia, e il palazzotto, tuttora esistente, dove abitava la sua amante, Claudia Particella?».

Ha scoperto questa briciola?

«Sì e no. Alla fine del libro c’ è una testimonianza diretta di chi ha visto quasi 80 anni fa un pertugio che...»

Curioso...

«Sì, curioso. Ma rispetto al vero contenuto del libro è un mero dettaglio perché nelle 110 pagine ho potuto scrivere fatti, situazioni, attitudini, qualità e vizi dei vari protagonisti, non solo dei principi vescovi trentini – da Bernardo Clesio a Carlo Emanuele Madruzzo ma anche dei loro “protetti”, pagine di storia che i saggisti locali di gran lombi hanno o taciuto o derubricato a pinzillacchere».

Dunque un periodo storico, Concilio di Trento incluso, dal 1500 al 1660?

«Sì, ma non solo. Racconto anche quando Paolo Oss Mazzurana acquistò i ruderi della villa madruzziana. Ne ho scoperto il contratto d’ acquisto, la sua ricostruzione, il suo uso per i grandi ricevimenti. Ho incluso anche due brani del “romanzaccio” di Benito Mussolini “L’ amante del cardinale” scritto a puntate nel 1910. Infine, e qui la storia si chiude, l’ acquisto e la successiva vendita della villa da parte degli allora famosissimi commercianti di Trento Postai».

Quale impressione ricaverà il lettore dalla lettura del libro?

«Premesso che quanto ho scritto è frutto soltanto di ricerche in due anni da topo di biblioteca – l’ unica “invenzione” di manzoniana e parafrasata memoria sta nel sottotitolo “Lo sventurato rispose” - il risultato è di poter e dover concordare su due concetti: il primo, è che l’ Uomo non è mai cambiato. Il secondo concetto è che nella Storia, con certezza, ci sono soltanto, e magari anche quelli a fatica, le date, i luoghi e i nomi dei protagonisti. I veri perché e il percome dei grandi e piccoli fatti rimangono avvolti nel mistero o volutamente dimenticati o, peggio, manipolati dalla convenienza ideologica o economica di chi la storia te la racconta. Sono certo che quanto ho trovato io in biblioteca e nell’ Archivio di Stato era già stato trovato dagli autentici storici, ma da loro nascosto in un cassetto».

Ed ecco alcuni dei contenuti del libro “La storia (anche rosa) di Villa – «Lo sventurato rispose». Fu la morte di Pietro Busio, arrostito dalle fiamme a Nomi, a far scattare l’ira di Bernardo Clesio, forse perché - malizia? - la famiglia Busio era ben ammanicata con i vertici del potere con affari di infimo profilo ma di alto reddito. E che ci fosse un’amicizia interessata (una sorta di conflitto di interessi) tra i Busio e il principato vescovile, soprattutto all’epoca di Cristoforo Madruzzo, ossia il successore di Bernardo Clesio, lo dimostrerà qualche decennio dopo il figlio di Pietro Busio, Teodoro, il palazzinaro del principato vescovile, latifondista lui e fratelli, titolari anche di cave sul monte Calisio sopra Cognola, in val di Fiemme e in particolare a Predazzo. Teodoro, poi, ci interessa particolarmente perché è l’imprenditore che costruisce Villa Madruzzo. A proposito della Trento rimodernata da Bernardo Clesio in stile rinascimentale, l'autore si chiede dove Bernardo trovi tutti quei soldi. Dove trovava tutto quel danaro? Da cancelliere imperiale si avvaleva degli appoggi dei grandi magnati della finanza Fugger e Welser, tedeschi. Sì, sempre loro i Fugger, i banchieri monopolisti in Europa, da tempo legati al Papa che aveva accordato loro il ruolo di esattori-rastrellatori delle somme delle indulgenze di cui trattenevano percentuali superiori al 50 per cento. Rendere confortevole ai prelati e portaborse del concilio la città di Trento significava favorire il clima di quella Controriforma che avrebbe mandato a catafascio la riforma luterana e, al contrario, blindato l’enorme affare delle indulgenze che per importanza non è esagerato paragonare al petrolio d’oggi. Dunque i Fugger, pur correndo qualche teorico rischio di insolvenza da parte del Clesio e del Madruzzo (debiti talvolta più tardi ripianati dal papato), con la conferma del “sistema indulgenze” si garantivano un futuro ancora più ricco. Quindi l’apertura creditizia nei confronti del principato vescovile trentino era assicurata. E fi n qui niente di male perché anche allora era ordinaria amministrazione avvalersi di questi aiuti. Ciò che fa alzare gli occhi al cielo per il disappunto è una consuetudine “politica” evidentemente in vigore giàallora: concedere il monopolio degli appalti affidandoli sempre alle stesse persone con la liturgia delle tangenti illecite. Ecco un altro pezzo del libro. Il protagonista è il principe vescovo Carlo Emanuele Madruzzo Tornato bel bello da Castel Nanno a Trento, il principe vescovo Carlo Emanuele si imbatté in una sempre più acuta avversione dei fedeli che non gli perdonavano, per prima cosa, appunto, di essere fuggito davanti alla peste. Per seconda cosa, quella di essere un amministratore del tutto inetto, incapace di governare e capacissimo, invece, di farsi mettere i piedi in testa da troppi personaggi che gli gravitavano attorno. Ma l’accusa più grave, almeno secondo il codice morale popolano, era, appunto, quella di intendersela con la figlia di Ludovico Particella, Claudia, una brava donna fi n che si vuole, di cui però le comari di Cognola, pare, si sbizzarrivano a dire che faceva uno sfruttamento intensivo della sua bellezza. Insomma, Claudia era la fi danzata del vescovo? Solo vox populi? Altro rimando a Vico e ai suoi corsi e ricorsi storici: allora come adesso nella Chiesa si scontravano interessi e si alimentavano odi, con l’offerta quasi quotidiana di polpette avvelenate. Nel caso di specie ci fu chi si spinse - ad esempio un sacerdote del luogo - a raccogliere voci e quindi a scrivere che “Madrutius ex praelibata Claudia, vulgo concubina nuncupata, suscepit filios rubris crinibus, erectis auribus, oblongoque naso sibi per similes.... “