Con il regista Caracciolo nel futurismo in celluloide 

Casa D’Arte Depero. A Rovereto da oggi “Come in un film. Il Cinema post futurista anni ’30” La mostra è curata da Boschiero e Zanoner col Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma

di MARIA Viveros

Rovereto. “Deformazione gioconda dell’ universo, sintesi alogica e fuggente della vita mondiale”. E ancora: “migliore scuola per i ragazzi: scuola di gioia, di velocità, di forza, di temerarietà e di eroismo”. Ecco il cinema per i Futuristi che, nel manifesto pubblicato nel 1916, viene celebrato trionfalisticamente per le sue straordinarie potenzialità in termini di creatività e di poetica. Emblema della modernità, “strumento ideale di una nuova arte immensamente più vasta e più agile di tutte quelle esistenti”. Alla settima arte, declinata con inflessioni futuriste, è dedicata la mostra “Come un film. Il cinema post futurista degli anni ’30”. Inaugurata ieri alla Casa d’Arte Futurista Depero a Rovereto, sarà visitabile da oggi, 13 aprile, fino al prossimo 20 ottobre. Curata da Nicoletta Boschiero, insieme a Federico Zanoner, e in collaborazione con il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, raccoglie testimonianze documentarie, grazie alle quali vengono anche ricostruiti progetti e contatti di Depero con il mondo del cinema. Il percorso espositivo è incentrato sulla personalità del regista Emanuele Caracciolo, esponente del Gruppo Futurista Napoletano, la cui breve attività (aveva trentadue anni quando fu trucidato nel 1944 alle Fosse Ardeatine) è documentata dal fondo Fortunato Depero, conservato nell’Archivio del ‘900 del Mart. Storia circoscritta, dunque, che però ne racconta una più generale, quella di un’Italia che, in pieno clima autarchico, sviluppa una propria industria cinematografica che sopperisce alla mancata distribuzione dei film stranieri. E così le dive nostrane, bellezze che richiamano quelle internazionali, non fanno rimpiangere le star hollywoodiane. È il caso di Vivi Gioi, il cui ritratto (immagine simbolo della mostra), realizzato da Osvaldo Peruzzi, trasmette i sofisticati tratti della donna resi con una sintesi plastica di reminiscenze futuriste. Gli spezzoni dei film presenti in mostra mettono in scena il mito della femme fatale, come la Thais del film omonimo del 1917 di Anton Giulio Bragaglia, unica pellicola futurista giunta fino a noi. «La mostra parte dalla matrice futurista del mondo legato al cinema, mezzo nuovo e affascinante. Vi ho voluto presentare delle storie, delle vicende, come per esempio quella di Emanuele Caracciolo, la cui formazione futurista è stata centrale soprattutto nell’atmosfera del suo unico film, “Troppo tardi t’ho conosciuta!, del 1939, con quella sua cifra personalissima, caratterizzata da vitalità di matrice popolare». Caracciolo, nato a Tripoli da genitori pugliesi, dopo essere entrato in contatto col gruppo dei futuristi di “seconda generazione” (era del 1912), frequenta, fra i primi, il corso per registi presso il Centro Sperimentale di Cinematografia. Nel 1938 diventa collaboratore del regista Carmine Gallone nel film legato al filone operistico “Marionette”, con Beniamino Gigli come protagonista. «Proprio questi due film di Gallone e Caracciolo – spiega Nicoletta Boschiero – permettono di guardare più da vicino le storie di artisti che operano fra le due guerre. Sono perfetti anche per parlare di Depero, per i legami dell’artista trentino con le marionette e il teatro in generale. Depero, dal canto suo, aveva già intuito le potenzialità del cinema, mezzo dotato di una forza che la pittura aveva perso, tant’è che nel 1931, al suo ritorno dagli Stati Uniti, progetta un film su New York, che non riuscirà a realizzare, ma di cui possediamo menabò e tracce, anche fotografiche».

«Mi ha interessato indagare – continua la curatrice – il salto fra “Thaïs”, un film sperimentale, e questi altri due girati proprio alla vigilia della seconda guerra mondiale, che raccontano come il mezzo cinematografico sia stato messo al servizio di altre forme artistiche, quali l’opera lirica, il teatro e il teatro delle marionette. Rispetto alle origini, però, i film girati negli anni del regime fascista perdono in forza creativa, imprigionati da stereotipie che frenano la libertà immaginativa degli artisti. Ecco quindi che occhieggiano al musical americano o alle opere liriche per avere un maggiore successo di pubblico. In questo periodo vanno di moda anche i film dedicati all’antica Roma, poiché piacevano al duce che vi individuava le ascendenze mitiche del regime».

Danno colore a questo mondo in bianco e nero, accattivanti come sono per la loro leggerezza, le locandine dei film che, accanto alle foto di scena esposte in mostra, ci restituiscono il mondo cinematografico di allora. Interessantissimo, inoltre, l’ancora poco indagato “Illustrierter Film Kurier”, un fascicolo cinematografico edito a Berlino dal 1919 al 1945, che veniva distribuito agli spettatori perché conoscessero trama del film e notizie degli attori interpreti. Sorta di ibrido fra foglio di sala, rotocalco e libretto d’opera, ulteriore segno di un’epoca che sta lasciando alle sue spalle opera e teatro a vantaggio del cinema.

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