l’incontro al caffè letterario 

Appuntamento alle 18 alla Bookique

Trento. Sono oltre 600 pagine, ma se le iniziate non vi staccherete più fino a quando non avrete letto l’ultima. Perché “I fratelli Michelangelo,” ultimo romanzo del toscano Vanni Santoni pubblicato...


Paolo Morando


Trento. Sono oltre 600 pagine, ma se le iniziate non vi staccherete più fino a quando non avrete letto l’ultima. Perché “I fratelli Michelangelo,” ultimo romanzo del toscano Vanni Santoni pubblicato a marzo da Mondadori, racconta anche noi. L’autore lo presenterà oggi a Trento, alle 18 alla Bookique (vedi riquadro): in questa intervista dà anche qualche consiglio agli aspiranti scrittori.

La critica ha rilevato che, nel dualismo stile versus affabulazione, “I fratelli Michelangelo” sta dalla parte dell’affabulazione. Senza cioè la volontà di delineare un’epica collettiva. Ti ci ritrovi?

Credo che un romanzo che voglia dare risposte stia sbagliando qualcosa: deve portare invece ulteriori domande, specie se si inserisce nella storia del secolo. Non schivo gli addentellati della storia, ma certamente schivo l’idea che si possa fare narrazione monolitica, il cosiddetto “grande romanzo nazionale”. Da un lato oggi l’esperienza dei singoli si è atomizzata, allontanandosi sempre più dal filone centrale della storia: i punti di vista si possono moltiplicare all’infinito. Dall’altra parte c’è stata una evidente globalizzazione delle influenze: nel canone letterario, difficilmente un autore legge solo autori del proprio Paese. E vale anche nella musica, nel cinema, nelle serie televisive. Tanto più che siamo anche la generazione che ha più viaggiato nella storia del mondo.

E infatti collochi i personaggi in varie parti del mondo.

È un elemento di realismo. I quattro fratelli che rispondono alla chiamata del padre sono sparsi per il mondo, ed è oggettivo che di questa generazione molti abbiano cercato di realizzare le proprie ambizioni all’estero. Quindi si delinea un confronto tra un uomo che dal Novecento ha avuto tutto: una carriera, anzi due, una famiglia, anzi quattro, che si è affermato nelle arti. Tutto questo a fronte di figli dotati di un talento non minore, ma costretti a emigrare.

E poi a tornare, richiamati dal padre. Non a caso, no?

Infatti il tema centrale è il ritorno, come il “nostos” di Ulise a Itaca. E quando si torna i bilanci sono inevitabili. Si parla tanto di fuga dei cervelli, ma a me interessa più il rimbalzo dei cervelli. Questa è la storia di quattro persone che fanno i conti con le proprie vite.

La figura del padre ti serve per raccontare un pezzo della storia d’Italia. Le vicende Eni fanno pensare a “Petrolio” di Pasolini.

C’è un parallelo costante tra coloro che hanno vissuto la fine del Novecento e gli anni zero e chi invece ha vissuto il Novecento propriamente detto. Antonio Michelangelo, ex allievo ufficiale, comincia con l’Ibm, poi passa alla Olivetti, infine all’Eni. Chi conosce la storia aziendale italiana sa che queste imprese evocano ambiti e anche approcci aziendali diversi. E questo serve a dare il polso di quanto il padre possa essere stato camaleontico e anche adattabile. Certo, gli è venuto tutto facile: quindi c’è un’idea di un secolo in cui tutto era semplice. Ma questa è la visione del padre mediata dall’immaginario dei figli.

Dopo tante pagine di intreccio, il finale è brusco è sorprendente. Senza dire del come, perché un finale del genere?

Il libro è strutturato su un piano orizzontale che inizia con la chiamata dei figli, convocati dal padre con una lettera che sembra testamentaria in questa villa nei boschi della Toscana. Poi ci sono quattro blocchi, dedicati ai figli, in cui si raccontano le storie di ciascuno, a cui si aggiungono in controluce pezzi del puzzle che formano la figura del padre, fino al finale. C’è effettivamente un mistero, perché il padre non è chiaro nei suoi intenti. Manda questa lettera altisonante, per quanto lui sia un noto istrione, e tutti si chiedono: vorrà fare testamento? Vorrà scusarsi per come ha distrutto le nostre famiglie? Vorrà raccontarci segreti inconfessabili? C’è un crescendo già determinato all’inizio da questa chiamata rituale. Diciamo che emergerà il tema del sacrificio, nel modo in cui può emergere in “Apocalypse Now” o in “Conan il Barbaro” di John Milius.

È un intreccio che sembra pensato proprio per trarne un film. Ci hai pensato, scrivendolo?

Lo hanno detto in tanti. Sicuramente è un libro in cui, anche se ha debiti letterari forti, ad esempio “Petrolio” che hai citato o “I Buddenbrook” e “Doctor Faustus” di Thomas Mann essendo una saga familiare, oltre ovviamente al Dostoevskij citato fin dal titolo, c’è anche molto cinema. Ad esempio “Il grande freddo” di Kasdan, dove al posto di una famiglia c’è un gruppo di amici, ma in cui il tema del ritorno è pure centrale, il riconoscersi o meno dopo tanti anni. In bandella l’editore cita “I Tenenbaum” di Wes Anderson, per il tema della famiglia disfunzionale. Io pensavo più a “Darjeeling Limited”, con fratelli che non si conoscono tra loro e vanno alla ricerca della madre in India.

Che guarda caso è pure tra gli scenari del tuo romanzo. Le recensioni sono numerose e tutte positive. Te lo aspettavi?

Sono contento che il libro sia partito molto forte. C’era un rischio: che un romanzo di questa mole partisse lentamente, perché richiede tempo per essere letto. Ma molti lettori ci si sono buttati fin dal primo giorno, forse anche riconoscendosi. Infatti è stato anche scritto che è un romanzo allegorico, perché pur essendo molto ancorato al realismo ognuno dei personaggi rappresenta anche un portato simbolico preciso.

Sei editor, insegni anche scrittura. E nei tuoi interventi in Facebook, come Sarmi Zegetusa, insisti molto sull’importanza delle riviste, per farsi le ossa. Perché?

Sì, lo ribadisco spesso. A volte l’aspirante scrittore ritiene che si debba mandare un manoscritto all’editore come se fosse un messaggio in bottiglia. Ma è come se un aspirante calciatore si presentasse in calzoni corti davanti a San Siro aspettando che passi Galliani. Ecco, inviare un manoscritto a Mondadori o Einaudi equivale a questo. Come nello sport ci sono i vivai, le serie minori, le società satelliti, nell’editoria ci sono le riviste. Che offrono subito un confronto con chi fa la stessa cosa, che hanno un filtro non mediato da considerazioni commerciali, quelle che fa qualsiasi editore. Nelle riviste, che sono di volontariato culturale no profit, il filtro è basato solo sulla qualità.

E infatti è lì che i piccoli e medi editori cercano gli autori.

Esattamente. E il primo vero luogo di “scouting” è tra gli autori che fanno bene nel mondo dei piccoli editori. A volte, per ragioni di marketing, le “major” fanno credere che il nuovo autore lanciato sia stato trovato sotto un cavolo magico, o grazie all’intuito sublime dei propri editor. In realtà quasi sempre anche gli esordienti più “miracolosi” vengono dalle riviste, a volte le hanno fondate loro stessi, poi pubblicano con un piccolo editore. E a quel punto sono pronti per il grande salto.

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