Ma il Franchetto non cambia mai


Paolo Mantovan


Per Franco Panizza la storia si è fermata vent’anni fa, quando stava nell’ufficio di Franco Tretter. Tretter era il capo e lui il segretario. C’erano il Francone e il Franchetto (detto anche “el panizzot”). Francone era il presidente del consiglio regionale e Franchetto teneva ordine in ufficio. Era sempre di corsa, mai fermo, parole a mitraglietta, sorrisino stampato e baffetto. Poi capitò di tutto: 11 settembre, tsunami, ma Franco Panizza aveva da fare e non se ne accorse. Tanto che oggi, dopo quindici-vent’anni, lui, che fa l’assessore, continua ad esercitare la professione di piccolo raccoglitore di voti, uno per uno, divisa per divisa, pratichina per pratichina, corsetto di specializzazione per corsetto di specializzazione. Il meccanismo è semplice: io trovo un soldino per te e tu dai un votino a me. È l’antica arte del “contributino”. Franco Panizza (51 anni, di Campodenno, anzi di Quetta, in val di Non) l’arte l’ha appresa nello studio-ufficio di Tretter. Lì si è forgiato. E il presidentissimo, quando ammirava le distese di autonomisti che lo omaggiavano, prendeva per un braccio “el panizzot” e gli sussurrava: «Vedi tutto questo? Un giorno sarà tuo». E quel giorno arrivò ben prima di quanto Franchetto si attendesse: il Francone lo impose nella lista del Patt e lo fece eleggere consigliere, poi, accidenti, Tretter annegò la sua carriera politica in un orologio rubato (portando invece fortuna al derubato) e Panizza si trovò addosso un’eredità enorme. Che fare? Semplice, continuare così. Ecco perché quando chiedi a un vecchio autonomista cos’è cambiato in Panizza dall’epoca di Tretter ai giorni nostri, la risposta che ricevi, dopo qualche secondo d’incertezza, è: «Ah certo, so io cos’è cambiato: non ha più i baffi».
Di sicuro non sono cambiati i ritmi di lavoro. Panizza è instancabile, è un burocrate perfetto, fa anche il segretario di sé stesso: ogni inaugurazione è sua, ogni pratica Inps che gli viene richiesta lui trova il modo di sistemarla, le lettere di auguri le verga di suo pugno a Pasqua, a Natale, al compleanno e anche al battesimo. E adesso che può mettere le mani in un ricco bilancio, eccolo lanciarsi come dentro la marmellata, pronto a trovare un cucchiaino per tutti (tutti quelli che rientrano nel profilo dell’autonomista potenziale, beninteso). E anche quando le vacche del bilancio si fanno anoressiche, lui non smette di svolgere il suo compitino. Voi direte: eh, però intanto i voti arrivano, e poi, scusa, è ben vero che le bande e i cori fanno parte della nostra tradizione. Sì, tutto giusto, ma il Franchetto non lavora all’insegna di “tradizione e sviluppo” (quella che sbandiera il segretario del Patt, Ugo Rossi), ma semplicemente di “sviluppo delle tradizioni”, che è un concetto un po’ diverso. Tanto che, oltre ai milionari contributi per divise di bande e cori, adesso Panizza infila nel bilancio della Provincia autonoma (la nostra Provincia, la nostra Autonomia, i nostri soldi) anche le divise delle compagnie storiche degli Schützen. Ohibò.
A dire il vero, però, non c’è molto da sorprendersi. Se per cori e bande si trovano i milioni perché non pescare 80mila euro per gli Schützen? D’altra parte, visto che il suo motto è “sviluppo delle tradizioni”, è chiaro che lui vuole specializzarsi nella corsa del gambero: soldi agli Schützen e alle celebrazioni hoferiane, speriamo che qualcuno non scopra che Ötzi aveva il cappello piumato e faceva l’oste.
Qualcuno sostiene poi che un problema, in effetti, ci sarebbe. Perché inventarsi il contributo per le casacche degli Schützen proprio in un anno di manovre anti-crisi? Beh, come per tsunami e 11 settembre, non dovete sorprendervi se Panizza non si accorge che c’è la crisi. Tant’è vero che l’altro giorno, rispondendo a tutti i suoi cattivissimi detrattori, l’assessore “al contributino” ha spiegato: «Queste sono cifre irrisorie perché per bande, cori e Schützen è impegnato soltanto il 7,4 per cento del budget della Provincia per la cultura». Ah beh, sì beh.
Qualcun altro sostiene che lo scandalo non sta nei corsi di musica e solfeggio (e ha certo ragione: quella è certamente cultura), quanto nelle divise. Perché mai i nostri cori devono vestirsi con abiti degni di Dolce e Gabbana? «No, spiega Panizza, l’80 per cento delle divise sono confezionate da sarti trentini». Ah beh, sì beh, soldi ai trentini, ne eravamo certi, caro Panizza.
Vedete bene che ogni obiezione ha la sua precisa e puntuale risposta. Il signor Franco Panizza, dottore in scienze forestali, è fatto così e non lo cambi. L’impronta di Tretter è come un pestone sui piedi. Il problema che resta è il seguente: Panizza va bene così anche a Ugo Rossi e a Lorenzo Dellai. Punto.













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