La storia di Miola: prima l’inferno poi l’accoglienza 

Venti profughi nel garni-fattoria di Monica Fedel: «I primi sei mesi è stata dura» Poi le cattiverie e la paura sono passate e ora la struttura è citata come esempio

di Andrea Selva

MIOLA DI PINÉ. Questa è la storia di un garni (a tre stelle) che è diventato una struttura di accoglienza per i profughi. Ma è anche la storia di un paese che dopo aver detto “no” si è scoperto accogliente ed è infine la storia di un posto dove capita che le vite dei richiedenti asilo (una ventina) si incrocino con quelle dei ragazzini trentini che visitano la fattoria didattica del Garni Villa Lory che non ha mai chiuso i battenti. Da dove cominciare?

Cominciamo dall’estate del 2014, tanto terribile (dal punto di vista meteo) che Monica Fedel, la proprietaria della struttura di Miola di Piné, si ritrovò senza ospiti e con la cassa vuota: «Abbiamo avuto il 70 per cento di disdette e non era nostra abitudine chiedere la caparra al momento della prenotazione...» spiega allargando le braccia. Così, di fronte al rischio di ritrovarsi in futuro nella stessa situazione, incuriosita da una notizia che le era giunta dal Friuli decise di approfondire la possibilità di ospitare richiedenti asilo invece di turisti. Apriti cielo.

Monica Fedel davvero sperava che sarebbe bastato un accordo con la Provincia per aprire le porte ai profughi. Ma al Cinformi - con una certa prudenza, prima di partire in quarta - le diedero un consiglio: vada prima a parlare con il sindaco. Era il gennaio del 2015, i profughi in Trentino erano circa 400 (ora sono il quadruplo) e di accoglienza sul territorio provinciale ancora non si era sentito parlare. Figuriamoci in un Garni con piscina (a Piné c’è pure quella, sebbene un po’ malandata). Dopo varie vicissitudini l’idea arrivò in un’assemblea pubblica: «Fu terribile» ricorda Fedel. «Un inizio pessimo» conferma il sindaco Ugo Grisenti (che intervistiamo qui sotto). Ma poi - colpo di scena - i giovani del paese organizzarono un secondo incontro informativo, tanto per dimostrare che il paese aveva un cuore. E la vicenda prese un’altra piega.

Il finale di questa storia è positivo, anche se i primi sei mesi - ricorda ancora Fedel - furono un inferno: qualcuno che toglie il saluto, battute, cattiverie e anche le voci secondo cui il progetto serviva in realtà a “fare cassa” con i profughi. Ma a questo punto bisogna mettere in chiaro una cosa: qui non si è trattato di chiudere l’albergo, dare le chiavi a un’associazione e farsi versare il canone d’affitto sul conto in banca. Perché il Garni è rimasto la casa della famiglia Fedel e la sede della fattoria didattica, che è sempre in attività. Una storia che - ci spiegano gli addetti ai lavori - è unica in Trentino.

Comunque segreti non ce ne sono, la Provincia infatti ha pubblicato tutti i dati: nel 2016 la spesa complessiva per l’accoglienza in tutto il territorio provinciale è stata di circa 7 milioni di euro (si tratta di fondi che la Provincia riceve in realtà dallo Stato). Di questi al Garni Villa Lory sono andati 127 mila euro. Sono tanti? Si tratta di 347 euro al giorno, che divisi per 20 ospiti fanno 17 euro a testa che devono servire per l’alloggio, la messa a disposizione di una cucina attrezzata con la presenza costante di un operatore, il cambio della biancheria da camera e da bagno e una serie di servizi concordati con il Cinformi.

La struttura, dal punto di vista formale, è di prima accoglienza, cioè dello stesso grado della Residenza Fersina di Trento. Funziona così: due donne della Croce Rossa si occupano della gestione e del rispetto delle regole; Monica Fedel si occupa dell’immobile e della dispensa; i profughi a turno si alternano in cucina e alle pulizie. Per garantire che tutto funzioni ci sono anche alcuni dipendenti, tra cui i profughi che si occupano degli animali della fattoria didattica.

Non è mai facile intervistare un richiedente asilo. Comunque i ragazzi di Piné, tutti africani, fra i venti e i trent’anni, dicono di essere contenti. Frequentano le lezioni previste dal programma di accoglienza, ma possono contare anche sull’aiuto di alcune donne dell’altopiano che insegnano loro l’italiano. Tra loro c’è chi lavora e molti partecipano alle attività sul territorio che - secondo il sindaco - sono la via per l’integrazione. Un’altra via per l’integrazione la spiega Monica Fedel: «Viste le premesse non potevamo permetterci di sbagliare, quindi soprattutto all’inizio abbiamo sorvegliato giorno e notte che tutto filasse liscio e che non ci fossero comportamenti scorretti che la comunità di Piné non ci avrebbe perdonato». È filato tutto liscio.

A Piné raccontano che c’è chi all’inizio li chiamava “negri”, poi “mori”, poi “profughi” e infine - quando li hanno visti lavorare sui prati e boschi dell’Asuc - hanno cominciato a chiamarli per nome. Anche perché è capitato che sotto il sole estivo qualcuno si sia tolto la camicia e la maglietta e la gente nel vedere alcune (brutte) cicatrici sulla schiena di alcuni di loro ha capito che forse le storie dell’orrore non erano fandonie.

Quando in Trentino si parla di accoglienza dei migranti sul territorio, il caso di Miola di Piné viene portato come esempio. Se ci sono proteste è perché qualcuno (sindaco compreso) gradirebbe un po’ più di ordine attorno a questo Garni-fattoria. Ma questo è un altro discorso che c’entra poco con i migranti. Quanto ai profughi c’è qualche famiglia che li “adotta” (e poi ci rimane pure male quando se ne vanno) ma ci sono anche persone (per lo più anziani) che bussano alla porta del Garni Villa Lory per chiedere se c’è qualcuno di buona volontà disposto a vangare l’orto in primavera.

Per capire quali sono le regole da adottare (anche per quanto riguarda lavori e lavoretti) vengono organizzati incontri pubblici (l’ultima volta su richiesta del parroco) dove non c’è mai più stata la tensione di quella prima, pessima, assemblea.

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