«I sette partigiani trucidati dai tedeschi erano disarmati»

Nuovi documenti fanno luce sui fatti del 4 maggio 1945 Domani a Vattaro la commemorazione da parte dell’Anpi

di Paolo Piffer

VIGOLANA. Alla vigilia della commemorazione in programma domani a Vattaro (ore 10) al monumento ai Caduti arrivano a Trento da Vicenza documenti poco conosciuti contenuti nei faldoni del Comitato di liberazione nazionale vicentino che gettano nuova luce sulla strage del 4 maggio 1945 nel paese dell’altopiano della Vigolana.

In quel giorno, era pomeriggio, 7 partigiani vicentini vennero falciati dai mitra tedeschi. Un episodio dai contorni non del tutto definiti, dalle tante ambiguità, secondo quanto sostiene Sandro Schmid, presidente trentino dell’Anpi, l’associazione dei partigiani, che ha letto, riga per riga, le relazioni e i “virgolettati” riportati nelle carte.

Erano momenti di estrema confusione e concitazione, gli ordini non sempre precisi, le comunicazioni frammentarie. Due giorni prima, il 2 maggio, Radio Londra aveva comunicato, per voce del generale Harold Alexander, il messaggio di resa generale dei tedeschi in Italia. La Seconda guerra mondiale era in pratica finita. Migliaia e migliaia di soldati ingombravano l’asta dell’Adige diretti in Germania, centinaia e centinaia di uomini confluivano dalle valle laterali diretti a nord. Tanti di loro le armi non le avevano abbandonate, in molti casi non ci pensavano proprio. Tanto più se dovevano essere i partigiani a eseguire il mandato. Quelli di stanza a Lavarone scesero lungo la Fricca con l’intenzione di disarmare, mano a mano, gli ormai ex occupanti in ritirata, ma non necessariamente allo sbando. A bordo di una macchina e di una corriera arrivarono fino a Vattaro. Dopo pochi minuti sopraggiungevano alcuni mezzi blindati tedeschi spediti sul posto dal comando di Caldonazzo. In quegli istanti, erano passate da poco le 17.30 i mitra sparano lasciando sul terreno Gianna Troselli, Pasquale Arduini, Rodolfo Corradi, gli omonimi Giovanni Cera, Romeo Pienner e Domenico Zotti (finito a coltellate in una stalla). E qui le versioni divergono. Alcuni paesani, che aspettavano l’arrivo degli americani (entrarono a Vattaro il giorno dopo), furono testimoni dell’eccidio. Pubblicazioni degli anni successivi riportano che i partigiani, una trentina, erano scesi dai mezzi con fare bellicoso, imbracciando le armi e intimando la resa ai paracadutisti tedeschi spediti sul posto che aprirono immediatamente il fuoco. Le carte del Cln Vicentino dicono altro. La versione del comando partigiano - tra cui quella di Giulio Vescovi “Leo”, maggiore degli alpini e comandante delle “Fiamme Verdi”, di chi è scampato alle raffiche e di “Toni”, l’autista della corriera - è la seguente: «La macchina e la corriera si fermano alla curva all’inizio di Vattaro e i partigiani scendono lentamente, nessuno imbraccia armi in atteggiamento minaccioso. Non abbiamo tempo di guardarci attorno che, improvvisamente, dalla strada, arrivano una o due autoblindo cariche di paracadutisti, elmetto in testa, tute mimetiche, armi imbracciate pronte allo sparo. Ordini secchi. I tedeschi si gettano a terra, le armi delle torrette sono puntate. Uno di noi, a mani alzate e in segno di calma, si avvia verso un autoblindo parlando in tedesco ed è subito falciato da una raffica».

«Lo scontro è stato vissuto dai paesani come un incubo – riflette Schmid -, un trauma che vive ancor oggi di lontane incomprensioni. Quanto successo, e domani mattina commemoreremo anche Mario Bailoni, artigliere di Vigolo Vattaro caduto alle caserme di Trento la notte dell’8 settembre 1943, va ricordato per non dimenticare la tragedia di una guerra scatenata dalle dittature nazifasciste e quei partigiani che hanno creduto nella libertà».