I Maestri, una dinastia tra monti e recitazione

Il papà del celebre alpinista Cesare era un tenace irredentista con la passione del teatro ceduta poi ai figli Anna (attrice) e Giancarlo (doppiatore)

di Giorgio Dal Bosco

TRENTO. La storia degli ultimi 80 anni di Trento in parte è storia anche della famiglia Maestri, quella di Antonio “Tony” (1889-1978) padre di Anna (1924-1988), di Giancarlo (1934-1995) e di Cesare-Fabio-Damiano (sic!) (1929). E’ storia di teatro e di montagna, storia di miseria, di terrore, di dolori dentro una città sconvolta dalle bombe, in un rione – i “Casoni” – una volta microcosmo di povertà. Ma è storia anche di successi professionali sia per Cesare, alpinista tra i due-tre migliori al mondo di sempre, sia per Anna, attrice, sia per Giancarlo doppiatore che ha dato la voce ad attori del calibro di Sean Connery.

Tony era il secondo dei cinque figli di Giacomo, un barbiere di Mezzolombardo. Dei suoi quattro zii Ercole, Umberto, Luigi e Redento, Cesare sa soltanto che Ercole aveva proseguito il lavoro paterno a Trento in centro storico. Tony si era arruolato volontario nei granatieri di Sardegna ed era tornato dalla guerra con tre medaglie sul petto. Era un irredentista “cinque stelle”, visto che al figlio Cesare aveva aggiunto quei due ulteriori nomi. Ma irredentismo a parte, agognava soprattutto fare l’attore. Ed era stato per questo motivo che, finita la guerra, era andato a Torino, cuore – allora – del mondo teatrale italiano. Aveva conosciuto e sposato Maria Rosa Botti, donna con le medesime aspirazioni, con cui aveva messo su una compagnia teatrale viaggiante che dopo alcuni anni di esperienze in giro per l’Italia aveva dovuto chiudere. A Mantova era nata Anna e cinque anni dopo, arrivati a Trento per una recita, la famigliola molto bohemien si era fermata per sfinimento. Maria Rosa perché stanca e perché aveva in grembo Cesare, Toni perché aveva trovato lavoro nella Legione Trentina.

Nel 1934 è nato Giancarlo ma tre anni dopo la sorte ha voltato le spalle: a 35 anni muore la mamma (splendido il ricordo di quei momenti che ne fa Cesare nella sua autobiografia “…E se la vita continua”). La famigliola, priva della mamma, vive ai Casoni, sperimenta tutte le brutture e le tragedie dei bombardamenti prima a Trento e poi a Bologna dove Anna e Giancarlo sono sfiorati dalla morte. Anna finalmente può andare a Roma all’Accademia d’Arte drammatica, Cesare la segue per un po’ di tempo, ma, colpito dal mal di campanile, torna in città con il padre che ha aperto una ricevitoria di Totocalcio. Un suo cliente (1949) per uno svago domenicale porta Cesare a fare una piccola arrampicata sulla Paganella. E’ qui che comincia la leggenda del “Ragno delle Dolomiti” conosciuto in tutto il mondo. Anna, sempre più brava, è ammirata anche in televisione soprattutto ne “Il mulino del Po”. Muore a 64 anni all’ospedale Santa Chiara di Trento.

La sorte professionale del fratello Giancarlo è altrettanto e forse più fortunata, ma altrettanto sfortunata per la salute. Anche lui muore giovane a 61 anni nel medesimo ospedale dopo una brevissima degenza impostagli da imprevisti risultati di esami clinici. Cesare, stabilitosi a Madonna di Campiglio, vivrà con la moglie Fernanda, con Gianluigi (auguri, ieri 58 anni) che gestisce con la moglie Paola e la figlia Carlotta i due negozi “Maestri”.

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