Gran diplomatico e urbanista di razza, il ricordo di Cristoforo Madruzzo a cinquecento anni dalla sua nascita

Il più autorevole dei principi vescovi di Trento sfruttò il “peso” paterno per una folgorante carriera Successe a Bernardo Clesio, mediò tra Papato e Impero e fu tra gli organizzatori del Concilio

di Giorgio Dal Bosco

di Giorgio Dal Bosco

Cinquecento anni fa, oggi 5 luglio, nel maniero Madruzzo di Lasino nasceva Cristoforo Madruzzo, il più autorevole dei quattro principi vescovi di Trento. Si badi, v’è soltanto una coincidenza tra il nome del maniero e la dinastia dei cardinali Madruzzo, ché il castello è del XII secolo ed era di proprietà di una dinastia, Madruzzo, estintasi nel 1300.

Se Trento è la città che é lo si deve, almeno in certe forme urbanistiche, ai Madruzzo cardinali, coloro che, oggi, sarebbero definiti i “poteri forti”. Il neonato Cristoforo rende felici la madre Eufemia Sporemberg e suo padre Giovanni Gaudenzio, costruttore edile di razza (pare, anche, senza tanti scrupoli), eccezionale pianificatore della sua famiglia e, quel che più gli vale, maresciallo di corte di Bernardo Clesio.

Com’è come non è, il Gaudenzio deve aver brigato non poco per riuscire a piazzare i suoi figli (e se non i figli i nipoti) nei posti chiave del potere civile, militare e religioso.

Cristoforo fu il primo a beneficiare del “peso” paterno. Dopo studi giuridici e religiosi con vari incarichi connessi, Gaudenzio, essendo culo e camicia sia con il papa che con l’imperatore Carlo V, riuscì a fare arrivare al figlio in quattro e quattr’otto a soli 27 anni alla nomina di principe-vescovo di Trento succedendo a Bernardo Clesio appena calato nella tomba. A Cristoforo Madruzzo, comunque, va riconosciuta una capacità diplomatica acrobatica. Infatti, proseguendo il lavorio “taglia e cuci” in sede imperiale e papalina di Bernardo Clesio nei preparativi del Concilio di Trento, la cui apertura stava diventando una torre di Babele, Cristoforo attrezzò alla bisogna Trento e la regione promuovendole in Italia e Germania come luoghi ameni capaci di offrire i servizi turistici più moderni adatti ai lunghi soggiorni in ville e appartamenti degni degli illustri cardinali. Il Castello di Toblino, ad esempio, fu acquistato con un colpo di mano da suo padre per 7.000 fiorini avvalendosi - pare - dell’”autorevolezza” del figlio vescovo, cui lo prestò per ospitare, appunto, qualche cardinale influente con il suo seguito.

Organizzò un servizio postale giornaliero a cavallo tra Trento e Roma che riusciva a recapitare la posta in 46 ore. Più veloce di oggi. Per quanto riguarda l’edilizia, Cristoforo fece costruire a proprie spese Palazzo delle Albere in riva all’Adige e, per i porporati con voglia di frescura e magari riservatezza, una villa accanto alla cascata del Fersina, oggi Villa Madruzzo.

Cristoforo non poté, però, evitare la fibrillazione tra papa e imperatore che portò alla Controriforma. Nel giorno del 60° compleanno rese l’anima a Dio, non avendo tuttavia dimenticato, dieci anni prima e con il benestare del papa Paolo III, di trasmettere con testamento armi, bagagli e potere al nipote Ludovico (Trento, 1532), figlio di suo fratello più vecchio Nicolò. Cardinale a 29 anni (tutti precoci questi Madruzzo) a concilio ancora aperto, Ludovico, fine teologo ma un po’ don Abbondio, si trovò impastoiato tra le pretese dei. tirolesi con relative violenze lanzichenecche (i tirolesi argomentavano: il Concilio è finito e dunque il vescovo faccia il vescovo e non anche il principe) e il papa Pio V che era di tutt’altro avviso.

Conclusione: Ludovico, che ad ogni buon conto preferiva starsene a Roma, venne confermato principe vescovo, volenti o nolenti i tirolesi e i giudicariesi con la loro “guerra delle noci”. Morto un Madruzzo (1600) se ne fece un altro: il nipote Carlo Gaudenzio. Era nato in val d’Aosta nel 1562 ed era figlio di Giovanni Federico, fratello di Ludovico. Sua madre, ad abundantiam, era una latifondista piemontese e della Lorena. Al pari dello zio Carlo Gaudenzio non amava le beghe trentine e quindi per lunghi periodi se ne rimase a Roma delegando ad altri le decisioni nelle questioni e promuovendo, questo sì che è un grande merito, l’arrivo a Trento di quei grandi precettori che furono i Gesuiti. Muore lui, ma non si interrompe la staffetta nepotistica. Suo coadiuatore già da sette anni, Carlo Emanuele ne prende il potere ma con la testa altrove: la fifa per la peste (solo a Trento 1342 morti) lo consiglia di ritirarsi nel castello di Nanno ereditato dagli zii. Le pretese dei tirolesi lo ingolfano in azioni diplomatiche inconcludenti, la guerra dei “Trent’anni” lo intimorisce e l’amore per Claudia Particella fa traboccare il vaso.

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