Dalla scena al dipinto: il teatro visto dai grandi pittori al Mart di Rovereto

Degas, Fussli, Klimt, Moreau: un percorso che fa del palcoscenico e di ciò che vi viene rappresentato il fil rouge della mostra



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Teatrale» è un aggettivo che si addice alla mostra aperta al Mart di Rovereto. “Dalla scena al dipinto: la magia del teatro nella pittura dell’Ottocento”, curata da Guy Cogeval e Beatrice Avanzi, è certamente paragonabile a una spettacolare messa in scena.

L’allestimento stesso, a firma del designer francese Hubert Le Gall, risolve brillantemente il problema dell’esposizione delle grandi tele creando una serie di quinte oblique, con colori decisi ma studiati per armonizzarsi con i dipinti. La mostra presenta una selezione di capolavori (oltre duecento in totale, provenienti da tutto il mondo, e quattro anni di lavoro) che giustificano un giudizio di eccezionalità e la collaborazione con il Musée D’Orsay di Parigi, il Cantini di Marsiglia e l’Art Gallery of Ontario di Toronto. Il titolo non rende appieno l’idea del profilo dell’esposizione; meglio fanno le parole del curatore, che ha dichiarato come la modernità vada associata alla teatralità «che non è più un percorso a senso unico, ma un doppio movimento di andata e ritorno dal dipinto alla scena».

C’è infatti un livello di lettura che evidenzia come lo spazio del dipinto coincida, e spesso si confonda, con quello della scena (con la conseguente coincidenza tra pittura di storia e pittura di soggetto letterario-teatrale, come nel Giuramento degli Orazi di David, tratto da Corneille). C’è un altro tema che esplora l’impostazione del dipinto come spazio di rappresentazione, che viene influenzato da, e a sua volta influenza, ciò che accade sul palcoscenico (nel Paolo e Francesca di Previati, ad esempio, la disposizione dei personaggi, la gestualità e l’illuminazione rivelano un debito con le scenografie del tempo); c’è la rappresentazione di opere i cui momenti salienti e i cui protagonisti vengono dipinti fedelmente, con tanto di costumi e allestimenti (Elen Terry nel ruolo di Lady Machbeth di Sargent); c’è il teatro che diventa metafora della vita, rivela l’intimità delle sue quinte (Degas, con una meravigliosa sala-scrigno) e smaschera la vera natura dei suoi avventori (Daumier).

C’è la finzione che diventa sogno che diventa visione che diventa realtà, in una confusione di stati psichici che sono il primo sintomo di una modernità imminente (Salomè di Moreau) e c’è anche la storia della scenografia, la cui vicenda diventa più distinguibile man mano che ci si avvicina cronologicamente alla fine della mostra (con gli schizzi preparatori di allestimenti scenici di Appia e Craig). Si sente, in queste sale, il tratto principale che le caratterizza, costituendone il coraggio e allo stesso tempo il limite: questa è una storia troppo complessa per essere raccontata in una volta sola, dove si dà maggior spazio nella prima parte e si comprime la seconda. Si sarebbe anche potuto studiare il ruolo della fotografia come terzo interlocutore tra pittura e teatro (dal tableau vivant in poi), o della scultura (con il tema del volto come maschera e dell’espressione delle emozioni, da Laocoonte a Messerschmidt).

 Soprattutto sarebbe stato interessante avere la possibilità di ascoltare, oltre alla “voce” di Cogeval, la cui ricerca è il vero fil rouge della mostra (intelligente, coltissima, raffinata e imperdibile), anche la musica di Wagner (magari in cuffia) e delle varie opere di cui i quadri trasmettono una traccia muta, anche se eloquente













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