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Chiesetta della Palanca Storia e arte da tutelare

TESERO. La chiesetta della Palanca situata a pochi passi dalla frazione di Stava a Tesero è un edificio di grande interesse culturale e la Provincia ha deciso di dare il via al procedimento d’ufficio...

di Luciano Chinetti

TESERO. La chiesetta della Palanca situata a pochi passi dalla frazione di Stava a Tesero è un edificio di grande interesse culturale e la Provincia ha deciso di dare il via al procedimento d’ufficio per la verifica se sussistono le caratteristiche storiche, artistiche ed architettoniche per inserirla nei fabbricati di tutela da parte della sovrintendenza dei Beni architettonici ed archeologici della Provincia di Trento. Il provvedimento del dirigente della sovrintendenza Sandro Flaim è iniziato alla fine di gennaio. L’edificio di impianto ottocentesco era stato costruito dalla Regola di Tesero nel 1728 sul luogo dove sorgeva un antico tabernacolo, frequentato dai viandanti.

L’edificio è stato ampliato agli inizi del Novecento su progetto iniziale dell’architetto Tiella. Più tardi tale edificio è stato modificato prima della realizzazione da Alessio Delmarco. Sul lato nord emerge il volume del campanile, mentre ad est si trovano l’antico corpo absidale poligonale con addossata la piccola sagrestia e la parte corrispondente alla navata novecentesca. La chiesetta è arricchita dalle sculture di S. Antonio da Padova con Gesù Bambino e San Giovanni Nepomuceno realizzate dallo scultore teserano Albino Dolina nel 1936. Nelle nicchie laterali sono custodite le sculture di Sant’Eliseo e San Giovanni Battista (XX ° secolo), mentre sulla parete di fondo è addossato un composito altare ligneo barocco con ancona e pala d’altare databile al XIX secolo. Tra gli arredi figura anche la piccola acquasantiera pensile in pietra ammonitici modanata e lavorata con motivi decorativi vegetali in prossimità del portale principale e la balaustrata che occlude l’antica abside poligonale. Una curiosità: a fianco della piccola chiesa c’è anche un cippo che ricorda l’episodio del cacciatore Giorgio “Turchino” Longarù, che morì nei pressi della chiesetta lungo il ripido costone abbracciato da un orso che lo aveva ghermito intorno alla metà del 1700.