«Anoressia, ecco la mia battaglia» 

Il caso della settimana. Daniela Bonaldi, 46 anni, di cui trenta “a tu per tu” con i disturbi alimentari: «Ma sono riuscita a trovare un equilibrio» Il racconto: «All’inizio la malattia ti sembra una forza alleata per affrontare le difficoltà della vita, poi comincia a esercitare il suo potere su di te»

di Andrea Selva

Trento. Trent’anni a tu per tu con l’anoressia, senza mai riuscire a sconfiggerla completamente, ma alla ricerca di un equilibrio per vivere una vita normale, farsi una famiglia (con un marito e due figli) trovare un lavoro e uscire con gli amici. È la storia di Daniela Bonaldi, una donna di 46 anni che ne aveva 16 quando, alla fine degli anni Ottanta, cominciò a soffrire di disturbi alimentari. Una storia che lei racconta volentieri in vista della giornata nazionale del Fiocchetto Lilla (venerdì) dedicata a chi soffre di queste patologie: «Non è facile chiedere aiuto - racconta - e spero che il mio racconto possa aiutare altri malati».

Le «false promesse»

Nel racconto che la donna ha voluto affidare al Trentino la malattia compare, all’inizio, come una presenza che promette di dare forza: «Ho conosciuto l’anoressia e la bulimia in un momento di particolare fragilità, quando la malattia mi ha fatto credere di potermi proteggere, difendendomi dalle sofferenze che stavo affrontando e che ai miei occhi apparivano troppo grandi per poter essere sostenute».

Sono passati trent’anni e - racconta Daniela - all’epoca questi disturbi non erano conosciuti come ora e la sanità non era pronta a dare risposte».

L’aspetto fisico

«Mai avrei pensato di ammalarmi, mai avrei creduto di potermi trovare, senza nemmeno rendermene conto, in un mondo così distante da quella che era la mia vita. Non ero una ragazza che voleva cambiare il proprio aspetto e non ero nemmeno una ragazza che voleva dimagrire, eppure mi sono ammalata lo stesso e la mia vita è stata travolta da queste malattie. C’è voluto molto tempo per capire che quello che stava succedendo era qualcosa di diverso da un “semplice” comportamento e che ciò che davvero volevo era diverso dal volere della malattia. È difficile da spiegare, ma è come essere due persone assieme nello stesso corpo: da una parte la vera “tu”, dall’altra la malattia che esercita il suo potere su di te e che ti fa provare quei sensi di colpa che fanno tanto male. È per questo che si fa così fatica a riconoscere di aver bisogno di aiuto, perché è difficile distinguere i suoi desideri (del male) dai tuoi».

Le famiglie in crisi

Storie come quella di Daniela sono molto pesanti per le famiglie che le vivono: «In casa si creano attriti, discussioni, allontanamenti. I genitori fanno fatica a riconoscere i propri figli che alzano “mura di separazione”, quasi a voler chiudere la porta della propria camera, lasciando fuori tutte le cose e le persone che potrebbero in qualche modo allontanarci da “quella cosa” che in quel momento crediamo essere un aiuto. Tutto diventa molto difficile. La paura di dire qualcosa che possa aumentare ancora di più le distanze, il timore di non fare la cosa giusta, la paura che succeda qualcosa: sono timori comprensibili, che vanno anch’essi ascoltati. Ed infatti anche i genitori hanno bisogno di essere ascoltati e accompagnati».

La cura è possibile

«Parliamo di malattie che si fatica a riconoscere - conclude il racconto di Daniela Bonaldi - perché all’inizio sembrano un “aiuto”. Malattie dolorose perché i sensi di colpa, la frustrazione e la stanchezza, la tristezza sono sentimenti che fanno male e feriscono, ma parliamo di malattie che - sebbene con grande fatica - si possono curare».