IL RACCONTO

Tragedia di Zermatt, la sopravvissuta: "La guida non sbagliò"

Una donna tedesca intervistata da "Der Spiegel" difende Mario Castiglioni, anche lui vittima della sciagura che costò la vita a sette persone, tre delle quali altoatesine: "Semplicemente perché gli altri preferirono eccedere in cautela non vuol dire che la decisione della guida di proseguire fu sbagliata"



BOLZANO. Un giorno terribile. Il 29 aprile scorso furono sette le vittime durante la traversata Haute Route Chamonix-Zermatt. Fra loro tre altoatesini: Elisabetta Paolucci, 44 anni, Marcello Alberti, 53 anni, e Gabriella Bernardi, 53 anni

 Molte e accesissime furono, nei giorni e nelle settimane successive, le polemiche sulle scelte fatte da Mario Castiglioni, la guida alpina comasca di 59 anni che, insieme alla moglie Kalina Damyonova, 52 anni, era alla testa del gruppo, anche loro morti insieme agli altri due componenti della comitiva Andrea Grigioni, 45 anni comasco, e Francesca von Felten, 42 di Parma.

Un vero e proprio diluvio di accuse piovve - in prima linea c’era uno dei sopravvissuti, Tommaso Piccioli - da più parti, su Castiglioni che prima avrebbe deciso di compiere la traversata nonostante le previsioni meteo annunciassero un peggioramento e poi, quando era ormai troppo tardi, aveva cambiato itinerario, decidendo di raggiungere la Capanna Vignette.

Nei giorni scorsi, in una lunga e puntigliosa ricostruzione fatta sul settimanale tedesco “Der Spiegel” di quanto accaduto quel tragico giorno sulle alpi svizzere, una donna (che ha chiesto di mantenere l’anonimato) ha difeso la guida comasca.

«Chi sia da biasimare non è così chiaro» spiega la testimone, che conosceva Mario Castiglioni come una guida responsabile e che ora, visto che l’interessato non ha l’opportunità di difendersi, ha deciso di parlare.

«I primi giorni sono stati come il catalogo aveva promesso – racconta la testimone – : cielo blu, neve bianca, discese nelle valli e salite sulle cime». Poi le previsioni del tempo iniziano a cambiare. E si arriva alla mattina della tragedia, quando il gruppo si sveglia in un rifugio a 2.928 metri di altitudine». Ci sono delle scelte da fare. C’è chi, dopo aver atteso quel momento per tanto, tantissimo tempo, non vuole rinunciare.

«La maggior parte delle 60 persone che erano nel rifugio hanno optato per aspettare che la tormenta passasse» ha raccontato la donna al settimanale tedesco. «Tommaso Piccioli parlò con un francese, sicuro che il tempo sarebbe cambiato rapidamente. Mario Castiglioni la pensava diversamente». 

Ma alla fine, si decide di partire. E qui i cronisti del Der Spiegel riportano il pensiero della sopravvissuta: «Semplicemente perché gli altri preferirono eccedere in cautela non vuol dire che la decisione della guida di proseguire fu sbagliata. L’alpinismo conosce poche regole rigide. Questa ambiguità è ciò che rende lo sport così eccitante o terrificante, dipende dalle situazioni. Chi va in montagna deve fare un’analisi dei rischi».













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