FUNIVIE

Il fine della "fune"

di Valeria Ghezzi e Elena Tartaglione

Si sale in vetta per immergersi nella natura: ecco perché le società di impianti puntano a tutelare l’ambiente, permettendo a più persone di vivere questa esperienza e sposando un approccio sostenibile fin dalle fasi di progettazione.

Impossibile resistere al fascino della montagna: persone di ogni età e condizione fisica desiderano salire in quota per immergersi in un panorama che, nella sua vastità e bellezza, ci ridimensiona e ci insegna a stare al mondo. Ed è importante che questa possibilità di elevazione – non solo fisica – non appartenga solamente ai più atletici e allenati. Ecco perché gli impianti a fune rendono democratica l’esperienza della montagna.

Funivie, seggiovie, ovovie, skilift non sono un fine ma un mezzo che, senza carburanti fossili, ci permette di raggiungere le “terre alte” e viverle in tanti modi: da alpinisti, da escursionisti, da fotografi, da sportivi, da buongustai, da contemplativi, soli o in compagnia.

L’accessibilità va di pari passo con il rispetto dell’ambiente: le montagne sono attrattive per turisti e visitatori proprio in quanto territorio naturale, scenario meraviglioso lontano da smog, automobili, fretta.

Partendo da questo presupposto, è ovvio che le aziende funiviarie abbiano tra i loro interessi prioritari la tutela del paesaggio e la sostenibilità ambientale, che è anche un fattore di sviluppo socio-economico e un modo per contrastare lo spopolamento delle montagne. Le Alpi italiane e gli Appennini sono da sempre abitati da comunità anche piccole, ma ben radicate, che hanno sviluppato un’architettura locale legata alle tradizioni, un patrimonio importante che contribuisce alla bellezza del paesaggio.

Un fattore chiave è perciò la cura del territorio: è davvero raro che in un’area sciabile si presentino fenomeni di dissesto idrogeologico.

Certamente le tecnologie più recenti hanno contribuito molto a migliorare l’impatto ambientale di una stazione funiviaria. Un’attenzione che non si improvvisa ma parte, innanzitutto, dal rispetto delle regole. Per ottenere il permesso di costruire un impianto a fune è necessario tenere conto di numerosi vincoli. A cominciare dalle analisi: dalle relazioni geologiche a quelle nivologiche, dalle valutazioni di impatto ambientale alle relazioni forestali, fino a quelle paesaggistiche.

Questa fase richiede spesso anche 10-12 mesi di sopralluoghi e progettazione. A seguire, c’è l’iter burocratico per le autorizzazioni, almeno altrettanto lungo e complesso. Ma il risultato è premiante: impianti dall’impatto, anche visivo, estremamente ridotto e una montagna che continua ad essere abitata, frequentata, curata.

Tutto questo ha uno scopo evidente: garantire il rispetto del territorio e, quando è possibile, valorizzarlo, come a Courmayeur, dove le nuove stazioni della funivia Skyway Monte Bianco sono un esempio di architettura sostenibile. Gli impianti di ultima generazione, frutto di investimenti ingenti, sono realizzati con tecnologie all’avanguardia dal punto di vista dei consumi energetici e dell’utilizzo di fonti rinnovabili.

Negli ultimi 20 anni la sensibilità ambientale è cresciuta e si è diffusa: parallelamente, il settore degli impiantisti si è adeguato a questo approccio e non di rado ha sviluppato soluzioni innovative. La differenza tra una struttura degli anni ’60 o ’70 rispetto ad un impianto dell’ultimo decennio colpisce anche l’occhio più inesperto.

(pubblicato su Rivista Sciare numero 718)