CINEMA

Stanlio e Ollio, supereroi con unico potere l'amicizia

La loro è la storia di un grande sodalizio umano e professionale. E il film che la racconta è denso, delicato e malinconico

di Carlo Martinelli

Accade. Al tempo dei supereroi, delle pellicole infarcite di effetti speciali, dei mostri orripilanti all’assalto dell’umanità (o di quel che ne resta dopo l’immancabile disastro nucleare, dopo l’ennesima catastrofe), ecco improvvisamente spuntare due eroi - per di più attempati e datati - che di super hanno ben poco. Eppure capaci di (ri)conquistare il pubblico, nonché la critica, come suggerisce un cliché duro a sparire. Sì, merita qualche considerazione il clamoroso successo nei nostri cinema (in Gran Bretagna e negli Stati Uniti è lo stesso, incassi milionari) di “Stanlio & Ollio”, il film di Jon S. Baird interpretato dagli strepitosi Steve Coogan nei panni di Stan Laurel e John C. Reilly negli ancor più larghi panni di Oliver Hardy. Non era scontato.

I molti, moltissimi che non hanno smesso di coltivare una sorta di ammirata adorazione per la più grande coppia comica che il cinema abbia mai avuto (e mai avrà, nessuno può pensare di scalfire l’eterna grandezza di L&H) temevano non poco l’operazione. Mettere mano alla vicenda biografica dello Smilzo e del Grassone è cosa da far tremare i polsi. Ma il risultato è superiore alle attese: una pellicola densa, delicata e malinconica. Perché i comici grandi, quelli veri, non hanno bisogno della risata sguaiata, della battuta volgare, degli effetti speciali: regalano sorrisi e buonumore al pubblico perché della vita sanno cogliere al meglio gli aspetti dolorosi, le fatiche, i compromessi, le ingiustizie.

Chi oggi capitasse nei cimiteri/giardino della California dove sono sepolti L&H, troverebbe queste scritte sulle loro tombe. “Qui riposa Oliver Hardy. Genio della comicità. Il suo talento portò gioia e risate nel mondo”. “Qui riposa Stan Laurel. Maestro della Commedia. Il suo genio nell'arte dell'umorismo portò felicità al mondo che amava”. Difficile dire meglio. Eppure, ed il film lo conferma, la vita dei due fu un romanzo, non sempre allegro. Stanlio era il genio, il teorico, l’intellettuale. Recitava Shakespeare, trattava con i produttori, era sceneggiatore. Nel film, in una scena ambientata nel 1937, apostrofando Hal Roach, l’uomo che diede loro fama imperitura ma che lucrò oltremodo sui loro 106 film, non sempre riconoscendo loro il giusto, Stanlio entra nella storia (e per noi italiani persino nella cronaca, purtroppo) quando ricorda al produttore che “il tuo amico Mussolini bombarda le popolazioni d’Africa”. Ollio era invece dedito alle donne, al golf e alle scommesse ippiche.

Apparentemente due tipi che non avevano nulla in comune. Nei fatti, una coppia eversiva nell’arte della comicità. Le loro sono storie spesso di vagabondi e senza tetto, di poliziotti che inseguono, di sfortune quotidiane che si ripetono, di ingiustizie piccole e grandi cui rispondere con lo sberleffo irridente quanto maldestro o con fughe precipitose. La loro è una vicenda di amicizia. Grande. E il film è anche, non senza emozione, una riflessione sul tempo che passa, sulla finitudine di ogni esperienza, sul lascito possibile. Quello di Stanlio e Ollio è un lascito enorme. Gesti e movenze milioni di volte visti, senza mai stancare. Erano uomini senza alcun superpotere. Questo li rende eterni. Aver regalato il sorriso, proprio perché conoscevano ciò che non fa sorridere.