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Riecco Trainspotting, padri e figli dell'Europa (quasi) senza speranza

L’opera dello scrittore scozzese, affresco della società occidentale a cavallo tra vecchio e nuovo millennio. Con vista sul “dopo-Brexit”
 

di Maurizio Di Giangiacomo

L’opera di Irvine Welsh in generale – e, più in particolare, proprio la serie di Trainspotting – è uno degli affreschi più fedeli e meglio riusciti della società occidentale a cavallo tra il vecchio e il nuovo millennio. Renton, Sick Boy, Spud e Begbie negli anni Novanta non avevano un posto di lavoro, non avevano il becco di un quattrino, non avevano rapporti sentimentali stabili. Ma, anche grazie alla giovane età, sotto quelle magliette lerce, dietro alle occhiaie da tossici, mantenevano acceso un barlume di speranza in un qualche futuro. Questo perlomeno era il senso del finale del primo romanzo di Welsh, l’unico e il vero Trainspotting direte giustamente voi, quello reso eterno dallo splendido omonimo film.

Con Mark Renton che, dopo aver tradito e derubato gli amici d’infanzia – tutti, tranne il tenero Spud – ribalta il monologo che apriva la pellicola di Danny Boyle. L’iniziale «Scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici; scegliete una moda casual e le valigie in tinta; scegliete un salotto di tre pezzi a rate e ricopritelo con una stoffa del cazzo; scegliete il fai da te e chiedetevi chi cacchio siete la domenica mattina; scegliete di sedervi sul divano a spappolarvi il cervello e lo spirito con i quiz mentre vi ingozzate di schifezze da mangiare. Alla fine scegliete di marcire, di tirare le cuoia in uno squallido ospizio ridotti a motivo di imbarazzo per gli stronzetti viziati ed egoisti che avete figliato per rimpiazzarvi; scegliete un futuro; scegliete la vita. Ma perché dovrei fare una cosa così? Io ho scelto di non scegliere la vita: ho scelto qualcos’altro. Le ragioni? Non ci sono ragioni. Chi ha bisogno di ragioni quando ha l'eroina?» che diventa «Io cambierò, è l’ultima volta che faccio cose come questa, metto la testa a posto, vado avanti, rigo dritto, scelgo la vita. Già adesso non vedo l’ora, diventerò esattamente come voi: il lavoro, la famiglia, il maxitelevisore del cazzo, la lavatrice, la macchina, il cd e l’apriscatole elettrico, buona salute, colesterolo basso, polizza vita, mutuo, prima casa, moda casual, valigie, salotto di tre pezzi, fai da te, telequiz, schifezze nella pancia, figli, a spasso nel parco, orario d’ufficio, bravo a golf, l’auto lavata, tanti maglioni, natale in famiglia, pensione privata, esenzione fiscale, tirando avanti lontano dai guai, in attesa del giorno in cui morirai».

Nell’ultimo romanzo della serie Morto che cammina (Guanda), tutti – tranne il povero, tenero Spud – sembrano avere (almeno in parte) cambiato vita: Mark, che fa il manager di deejay acclamati da una costa all’altra dell’oceano, è quasi benestante; Sick Boy si barcamena abbastanza bene nella City grazie alle prostitute che gestisce con una app; Begbie è addirittura un artista affermato, non beve e non fuma più, ha abbandonato gli istinti omicidi e ha sposato una bella californiana che gli ha dato due figlie.
Ma, nonostante i soldi, nonostante l’amore, nonostante un certo qual successo, quel barlume di speranza si è spento. Quello che ne rimane, svanisce praticamente alla prima reunion assieme alla pretesa di sfuggire al proprio destino di figli delle “coree” di Edimburgo. E allora vai con vecchie e nuove droghe – ma non l’eroina, a dispetto della rinnovata e tracotante diffusione delle “pere” registrata recentemente, non solo in Italia – e con gli incredibili eccessi alcolici, dai fumi dei quali i nostri eroi non emergeranno quasi per tutta la durata del romanzo, dando vita a diverse situazioni splatter, nel solco della migliore tradizione welshiana.

Non c’è speranza per il povero, tenero Spud, ridotto praticamente ad una vita da clochard tra occupazioni occasionali, sussidi ed espedienti di ogni genere per campare la sua vita da alcolista, mentre la compagna Alison è riuscita a laurearsi, a trovare una cattedra al liceo e a crescere un figlio, Andy, a sua volta ormai avvocato. E questa del triste destino di Danny Murphy non è una sorpresa: Welsh infatti lo ha creato così, folle e tenero, proprio per farcelo amare, perché in lui riconoscessimo tutte le nostre debolezze, tranne cattiveria e violenza.

Di quelle è depositario fin dal principio Francis Begbie. “Franco”, l’ubriacone rissoso, quello che nel primo Trainspotting non aveva bisogno di droghe perché “si faceva di esseri umani”, rompendo loro il naso, tagliandogli la faccia con un bicchiere, rapinandoli nel cesso di un pub nel corso della settimana del Festival. È diventato ricco, ha cambiato nome (si fa chiamare Jim Francis) e vive in una bellissima villa a Santa Barbara. Ma nemmeno lui ha speranze di sfuggire alla sua natura violenta: il duplice omicidio commesso sempre in California qualche tempo prima – raccontato da Welsh nel precedente episodio della saga, L’artista del coltello, nel quale si narra appunto la sua metamorfosi – ma anche la semplice emozione del ritorno nella sua Edimburgo costituiscono per Begbie come un richiamo della foresta, giungla d’asfalto e nefandezze alla quale, ovviamente, non potrà sfuggire.

È vero, Mark, Simon, Danny e Francis sono cinquantenni, portano i segni di anni di abusi e strapazzi, la speranza nel futuro non può certo essere il loro tratto distintivo. Ma in Morto che cammina è l’intera società britannica – e quindi anche i più giovani, come il figlio di Sick Boy, Ben, e anche suo nipote Ross – a non vedere un futuro. Un destino un po’ italiano, parallelo a quello dei nostri padri, che non avevano nulla ma potevano sperare in un destino migliore per i loro figli, e a quello dei nostri figli, che hanno tutto tranne certezze per gli anni a venire.

Trainspotting e Morto che cammina sono legati anche da un fil rouge politico. Se nel primo romanzo Renton malediva la Scozia e gli scozzesi («ci sono quelli che odiano gli inglesi, io no, del resto siamo stati colonizzati da mezze seghe, non troviamo nemmeno una cultura decente da cui farci colonizzare»), adesso è lo stesso Mark ad indicare l’indipendenza della Scozia come l’unica salvezza dal disastro della Brexit. Concetti che Irvine Welsh aveva sottolineato anche in occasione dell’intervista rilasciata nel 2017 a Enrico Franceschini di Repubblica. «Una Scozia pro-europea potrebbe diventare il manifesto di una nuova Europa progressista», disse il 60enne scrittore e drammaturgo di Leith. «Paradossalmente la Brexit potrà anche avere un impatto positivo sull’Unione europea – aggiunse poi a La Presse in occasione del festival Tempo di libri – potrà aiutarla a diventare una federazione per i cittadini e non essere solo una struttura transnazionale per le multinazionali globalizzate e per le banche». Evidentemente, almeno lui non ha ancora perso tutte le speranze.

Twitter: @mauridigiangiac

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