Le "ciacere" di Kaswalder e il consiglio provinciale

La misera e triste battuta di Walter Kaswalder (testualmente: “a ciacere se'n'sgionfa poche done”), pronunciata durante un discorso ufficiale nell’aula del consiglio provinciale, al microfono, e dal consigliere poi rivendicata come “perla di saggezza popolare”, di sicuro un effetto lo avrà: resterà incastonata nella memoria “popolare” come uno dei momenti più bassi e rappresentativi di questi ultimi grigi anni di consiglio provinciale a Trento. Sarà la “battuta” che meglio disegnerà un’epoca di paurosa decadenza. E in questa “uscita” di Kaswalder sono racchiusi molti temi.

Dino Panato - Kaswalder

La frase di Kaswalder e ciò che è accaduto durante quella seduta del consiglio provinciale riescono a raccontarci più di tanti discorsi (e “ciacere”) dei politici di questa stagione.

1) Volgarità
Il primo punto, netto, evidente, palmare è che si tratta di una frase rozza e volgare. Ecco, in questo consiglio provinciale abbiamo potuto udire da un rappresentante del popolo una frase di questo livello.

2) Maschilismo
Si stava discutendo del disegno di legge sulle preferenze di genere (poi affossato dall’ostruzionismo e dall’incapacità della maggioranza di superare l’ostruzionismo): una frase di questo genere e il tenore (tiepidissimo) delle reazioni che ne sono seguite da parte dei colleghi di Kaswalder, mostrano il clima straordinariamente maschilista all’interno del quale si è discusso un disegno di legge sulle preferenze di genere.

3) Teoria dell’equivalenza
Kaswalder senza scusarsi e cercando soltanto di spiegare perché gli era uscita, quasi naturalmente, una frase di quel tipo, ha detto: “Sono un popolare, giro per i bar, questo è un modo di dire e non volevo offendere nessuno”. Con ciò - rivendicando la “liceità” della frase - Kaswalder ha pure espresso una sorta di equivalenza fra bar e consiglio provinciale. A questo punto vien da chiedersi: se Kaswalder è davvero un uomo da bar, prima o poi potrebbe scappargli pure una bestemmia? O quella è troppo anche per un “popolare”?

4) L’istituzione perduta
Proprio nella teoria dell’equivalenza, dove il consiglio o il bar sono la stessa cosa, dove Facebook è come il bar e quindi come il consiglio, dove non c’è più un contegno, dove non ci sono più dignità, dove non si distingue più nulla in nome, invece, di una pretesa “sincerità” e schiettezza che finiscono per essere poi soltanto pura volgarità e niente di più, chi rimane a vegliare sulle istituzioni? Se sono gli stessi consiglieri provinciali (equiparabili a dei parlamentari) a non tenere più conto del senso delle istituzioni, come si può pretendere che altri lo abbiano?

5) L’imbarazzo assente
Solo il presidente del consiglio provinciale ha richiamato Kaswalder, ma in modo davvero tiepido, lasciandosi incalzare dallo stesso Kaswalder, che gli ha ricordato di quando lui, Bruno Dorigatti, si era messo in mutande alla guida dei manifestanti della Cgil (di cui era segretario), anni prima, per protestare contro il consiglio provinciale. Lì ne è sorta una disputa su chi avesse più voce in capitolo nel difendere l’istituzione. E lì si è caduti ulteriormente in basso. Per il resto una breve dichiarazione di sdegno di Alessio Manica, e poi randellate a favore di Kaswalder da parte di qualche altro consigliere.

- Questo è il consiglio provinciale. Poi c’è chi - tra i politici - chiede ai giornalisti, ai commentatori, agli osservatori esterni, alle altre categorie tutte di avere “il senso delle istituzioni”, di non andare eccessivamente all’attacco quando si tratta di vitalizi, per non delegittimare quelle stesse istituzioni. Ma come?

Per non delegittimare le istituzioni è forse il caso che i partiti cerchino di selezionare molto ma molto meglio la propria classe dirigente. A partire da chi è un partito consolidato per passare anche a chi crede di costruire una lista con le votazioni fra pochi iscritti online. E nel selezionare bisogna tener conto sia di chi ormai confonde un consiglio con il bar, come di chi rimane in consiglio pur avendo scelto la “messa alla prova” per non farsi processare per “corruzione elettorale” (vedi il caso di Lorenzo Baratter).

Come potete capire, insomma, i casi di “delegittimazione” delle istituzioni partono direttamente da lì, dal consiglio. Mettere mano a questa situazione non è facile, ce ne rendiamo conto: ma serve una svolta. Anzi, a voler fare i “popolari” si potrebbe dire che a parole è quasi facile porre la questione (“a ciacere”, vero Kaswalder?)

p.mantovan@giornaletrentino.it