La lezione di Livatino sulla credibilità



Quando moriremo, nessuno ci verrà a chiedere quanto siamo stati credenti, ma quanto siamo stati credibili. L’uomo che ha detto questa frase è stato barbaramente ucciso dalla mafia esattamente 29 anni fa: il 21 settembre del 1990. Si chiamava Rosario Livatino. Aveva 37 anni. Ne avrebbe compiuti 38 venti giorni dopo. Come molti ricorderanno, era l’uomo - sì, l’uomo, perché a 38 anni si è uomini, a maggior ragione se si è magistrati - che l’allora presidente della Repubblica Francesco Cossiga definì il giudice ragazzino. 

Era un uomo di grande fede - come sottolineò qualche tempo dopo Papa Giovanni Paolo II, abbracciando i suoi genitori -, ma era prima di tutto un uomo di grandi ideali. Ripenso a lui per più ragioni. La prima è persino banale: perché tendiamo a dimenticare tutto e perché dobbiamo dunque ritrovare qualche punto fermo. Ricordarci da dove veniamo. Quante vite sono state ad esempio sacrificate in una guerra che non è mai finita, ma che si sta solo trasformando, entrando in mondi invisibili e spesso incontrollabili, come quello della finanza. Ricordare Livatino significa pensare a quante persone, anche oggi, mentre alcuni vogliono indurci a pensare che la mafia, in tutte le sue derivazioni, sia stata quasi debellata, lottano contro la criminalità organizzata.

Ma la frase di Livatino fa riflettere anche sulla politica di oggi, su un universo che spesso mette il proprio “credo” (meglio: ciò che elegge autonomamente a proprio credo) davanti ad ogni cosa, immaginando per questo di risultare credibile. Fuor di metafora: Renzi dovrà dimostrare di essere credibile (e coerente) sul campo. Molti già prevedono che non farà nulla di diverso da chi l’ha preceduto: sgonfiando le gomme di chi l’ha sostituito, si chiami Conte o Zingaretti, e consumando solo una vendetta. Altri s’aspettano invece molto da lui: la ricostruzione di un’area moderata e un nuovo dialogo con mondi (i giovani, ma anche i disoccupati, gli italiani che faticano, le tante persone illuse da più di un governo che hanno smesso di votare) ai quali la politica non ha più saputo parlare. Ecco allora che la parola credibilità risulta determinante. Perché anche nell’epoca della comunicazione istantanea, delle dichiarazioni che si rincorrono e che spesso servono solo come armi di distrazione di massa, alla lunga conta una cosa sola: quello che si fa, non quello che si dice. 













Scuola & Ricerca

In primo piano