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La Lega primo partito in Trentino: si aprono nuovi scenari

I candidati? Non contavano nulla: nel bene e nel male. Lo schianto del centrosinistra autonomista trentino non è un incidente di percorso; sono le reti di un vecchio "sistema" che ormai non ci sono più: non solo il partito "territoriale", ma anche il tessuto di coop e sindacati

di Paolo Mantovan

Il Trentino che è uscito dalle urne è lì, nello sguardo sbarazzino di Giulia Zanotelli, trent’anni, piercing sotto labbro, che porge il verbo di Salvini con la determinazione e insieme la tenerezza di mamma, qual è, di una splendida bambina. È la nuova deputata del collegio di Trento: è l’immagine della nuova Lega trentina, che cresce in silenzio ma senza sosta, e che fino a qualche mese fa mai avrebbe pensato di venire catapultata a Montecitorio da un elettorato trentino così fedele negli ultimi vent’anni alla coalizione di governo del Trentino, alla coalizione del centrosinistra autonomista. Da domenica la Lega è il primo partito del Trentino. E pensare che Giulia Zanotelli (come la collega Vanessa Cattoi, eletta alla Camera nel collegio di Rovereto) non la conosceva quasi nessuno fino a sabato. Anzi fino alla stessa domenica in cui ha ottenuto cinquantamila voti. Forse persino oggi stesso c’è chi, fra i suoi elettori, non sa neppure come si chiama. Perché è accaduto questo: il voto è semplicemente andato alla Lega (che ha trascinato il centrodestra) e i candidati non contavano nulla. Sì. Questa è una delle cose più evidenti di ciò che è avvenuto domenica in Trentino.

1) I candidati non contavano nulla. L’elettore è andato al seggio pensando al simbolo o a un leader nazionale (in particolare a Salvini). La Lega in Trentino ha ottenuto, sul proporzionale alla Camera, il 27,36%, ossia una percentuale mai vista dal Carroccio qui, in questa provincia. E non ha dovuto sfoderare una grande squadra. Non ha esibito il fior fiore della classe dirigente trentina. Ha messo in campo ciò che aveva. Ha ottenuto una percentuale da record schierando Maurizio Fugatti, che è certamente molto conosciuto, ma che è lo stesso candidato che alle precedenti elezioni politiche è rimasto a casa. Lo stesso leader della Lega Trentina che s’è presentato come candidato presidente della Provincia nel 2013 incassando soltanto due seggi. Con lui, sull’uninominale, Giulia Zanotelli, che è una attivista da gazebo, nonché segretaria del gruppo provinciale della Lega, piazzata sul collegio quasi fosse un dovere accessorio rispetto al suo lavoro di segreteria del gruppo, disponibile a “sacrificarsi” se la Lega chiama. E poi Vanessa Cattoi, nuovo volto per tantissimi trentini, che ha avuto la meglio su Michele Nicoletti un prof universitario, un’istituzione della politica trentina, cattolico democratico cresciuto nel glorioso gruppo “don Milani”, poi segretario dem e deputato uscente. Nulla. I candidati non contavano. Come non contava sapere chi fosse in lizza per il centrodestra, ché tanto la Lega trainava, così come non contava nulla chi fosse candidato del centrosinistra.

2) Il centrosinistra ha sbagliato i candidati? No. Ha sbagliato a selezionare i candidati come sempre dentro le conventicole: non hanno dato fastidio i candidati, a tanti elettori hanno dato fastidio i rituali con cui erano stati scelti. Riti, appunto, che consacravano un vecchio modo di fare politica. Insopportabile per tanti elettori. Che è un altro degli aspetti più evidenti di questa tornata elettorale in Trentino. Al centrosinistra, infatti, non è servito a nulla mettere in gioco Lorenzo Dellai, un monumento del centrosinistra autonomista, sindaco di Trento per dieci anni e poi governatore per altri quindici. No, non è servito a nulla. Perché l’elettore non cercava qualcuno che offrisse credenziali sul passato del Trentino. L’elettore di domenica cerca risposte nuove.

3) Perché non si tratta di un “semplice” voto di “pancia”. È un grave errore se la sinistra continua a ritenere il voto di domenica un voto “di pancia”. Questo è un voto che parte da lontano. Che si muove su un vento europeo. Che prende avvio dalla lunga crisi (non solo economica) e rispetto alla quale la socialdemocrazia in tutta Europa ha mostrato di non trovare gli strumenti non solo di risposta, ma spesso di comprensione. Un voto che domenica - in Trentino - ha mostrato di aver intaccato anche un “sistema” consolidato, costruito a immagine e somiglianza della sua generosa autonomia.

4) Perché il voto ha mostrato che in Trentino ha ceduto la struttura dell’impianto istituzionale: a) i partiti che gestiscono le risorse della Provincia non hanno influito minimamente: consiglieri, assessori (pure uno candidato), non hanno spostato voti: la Valsugana e la Val di Non sono l’emblema della sconfitta; b) il cemento della Cooperazione, che fino a pochi anni fa operava la successiva saldatura, si è disciolto: le grandi crisi di Sait, LaVis e in buona parte del movimento bancario cooperativistico non ci annunciavano soltanto problemi economici ma anche la lenta agonia di un modello di tessuto sociale; c) i sindacati non hanno minimamente orientato il voto. È il vecchio impianto strutturale del Trentino che non regge: Dellai e l’Upt (2,17%) sono stati rasi al suolo, e Rossi e il Patt che hanno cercato di ereditarne il ruolo, non sono riusciti ad ottenere nulla, sono rimasti fermi (4,93% alla Camera) all’incirca ai dati di cinque anni fa, quando Rossi non era ancora presidente.

5) C’è stata poi la dimostrazione che il Trentino non ha nulla a che vedere con l’Alto Adige. Ci si riempie sempre la bocca di paragoni con Bolzano: è un errore. Là c’è un’altra terra, un altro tessuto sociale: buono o sbagliato che sia. La Svp prosegue indisturbata. Passano prime seconde e terze repubbliche e nulla sfiora la Svp. Il Trentino, invece, è perfettamente inserito nel panorama italiano: giusto o sbagliato che sia. Le questioni dell’immigrazione, della sicurezza e del lavoro, sono state indubbiamente le principali molle del voto di domenica, anche se il Trentino vanta (e a volte un po’ millanta) tantissimi record.

6) Ci potranno essere ripercussioni verso le provinciali? Se è vero che alle elezioni politiche la struttura dell’impianto istituzionale non ha retto, qualsiasi risultato è possibile. Fra Lega (27,36%) e Movimento Cinquestelle (23,36%), i due soggetti politici che più hanno calamitato il voto che chiede cambiamento, la somma fa 50,72%. È un dato che apre nuovi scenari anche in Trentino.

7) Il centrosinistra, se vuole tornare in gioco, dovrà cercare nuovi scenari e non ripetere consunti rituali. Certo: le provinciali rimettono in moto logiche di vicinanza, piccoli equilibri locali. Ma chi crede di restare fermo e fare solo un minimo restyling di personale politico (invitare qualche “civico”) o sostiene che basta cambiare un pochino la comunicazione, beh, vorrà dire che non ha capito nulla e si prepara a sconfitta certa. L’elettore si muove con la potenza di un tornado.

p.mantovan@giornaletrentino.it