VERSO LE PROVINCIALI

Il vero leader e la lezione di Carlo Daldoss

La "tragi-commedia" delle trattative politiche condotte (a colpi di voltafaccia e bluff) dall'ex assessore esterno

di Paolo Mantovan

Prima di archiviare la “tragi-commedia” politica di Carlo Daldoss, l’ex assessore tecnico divenuto all’improvviso il “centro di gravità permanente” delle manovre elettorali per poi schiantarsi in un nulla di fatto fino ad annunciare il totale ritiro dalla scena, è forse utile trarne un paio di spunti. Spunti che, a ben vedere, meriterebbero di avviare una riflessione sulla politica trentina. Perché se siamo arrivati in extremis a capire quale sarà il quadro elettorale e se abbiamo assistito più che a un “teatrino”, a un film spazzatura, fatto di dietrofront e voltafaccia senza sosta, ci sono dei motivi profondi.

Come ha scritto Alberto Faustini, Carlo Daldoss si guadagna davvero un premio Tafazzi, quale protagonista di una settimana “orribile” del “fu” centrosinistra autonomista. Una settimana che ha avuto per mattatore per l’appunto Daldoss. La sua azione merita un approfondimento specifico, per cogliere alcuni ulteriori spunti contraddittori della politica nostrana.

Il primo spunto che questa vicenda suggerisce riguarda la disponibilità dimostrata dall’ex assessore tecnico a giocare fino in fondo una partita per una coalizione la più estesa possibile. È stata una partita maldestra - anzi, molto più che maldestra - ma Daldoss ci ha provato fino alla fine. Ha fatto troppi calcoli, ha immaginato di essere il miglior giocatore di poker in circolazione, ha sovrastimato le sue capacità e ha messo in scena un bluff, certo, però ha tentato l’unica partita per mettere insieme tutte le forze politiche (del “sistema” e “antisistema”) che potevano costruire un’alleanza anti-leghista. Ha provato a giocare la partita più difficile. Si è lanciato dove nessuno si è lanciato. Ecco. È raro vedere qualcuno che tenti davvero di unire tante forze in campo. Daldoss ci ha provato. Sul piano della “buona volontà”, quindi, Daldoss ha offerto una prova che non si vedeva da tempo. Sempre che abbia davvero voluto tentare questa grande operazione...

Perché poi c’è da prendere in mano l’altro corno. Il secondo spunto di riflessione, infatti, sorge da una constatazione evidente: non ci si improvvisa leader in pochi giorni. Carlo Daldoss, sostenuto da appoggi esterni, è stato caricato su un carro dove era esposto come il leader “salvatore della patria”. E invece non lo era. In quella condizione, quella di eventuale candidato presidente, non ci era arrivato con un percorso forte, importante e lineare. Non ci è arrivato battagliando su una sua visione di società e di Trentino (visto che da assessore ha smontato le comunità di valle e ora da candidato avrebbe voluto schierare delle liste di valle, ma che c’azzecca, Carlo?), non ci è arrivato con delle linee programmatiche nuove, non ci è arrivato imponendo la sua statura politica di fronte a momenti delicati. Non ci è arrivato come ci arriva un leader. Ci è arrivato in modo contorto, come “riserva” prima di Ugo Rossi, poi di Francesco Valduga. E ci è arrivato lungo un percorso personale a dir poco accidentato. Basti ricordare che appena nove mesi fa l’ex assessore tecnico aveva concordato una candidatura dentro il Patt come uomo di punta. Fino a nove mesi fa era cioè un elemento che da “tecnico” (per la verità non è mai stato un tecnico, perché non aveva nulla di tecnico nel fare l’assessore agli enti locali, suvvia, diciamolo) era pronto a divenire politico e convintamente dentro il centrosinistra autonomista. Anzi, era un alfiere del centrosinistra autonomista, che di lì a qualche mese invece (dopo aver visto l’esito delle elezioni di marzo) ha mollato e persino ripudiato, sostenendo che il centrosinistra autonomista era finito, sposando la causa dei sindaci civici non appena Francesco Valduga (il candidato naturale di quell’area) si è ritirato. In quel momento Daldoss s’è rimangiato tutto, ha attaccato l’establishment, ha detto stop ai partiti e alle sigle, salvo poi, all’ultimo minuto tornare sui suoi passi e andare a una riunione fiume con i partiti, senza il mandato dei sindaci civici. Compiendo l’ultimo fatale voltafaccia. Ma a furia di voltafaccia Daldoss è rimasto solo. E ha mostrato di essere un bluff. Perché non ci si improvvisa leader.

E anche l’ultimo voltafaccia lascia segni pesanti: c’è stato chi ha usato Daldoss come strumento utile (il “tecnico” libero dai partiti che poteva parlare sia con i partiti che con le nuove istanze “civiche”, quelle che vogliono abbattere il cosiddetto establishment ma nel contempo non vogliono dare spazio ai populismi leghisti)? Sì, sicuramente c’è stata una parte dell’establishment, alcuni consiglieri provinciali in uscita che temono di rimanere spazzati dal nuovo vento del “cambiamento”, che hanno impugnato Daldoss come un’arma per rientrare tutti in gioco, insieme al “nuovo”. Ma il gioco del Kagemusha, quello in cui si prende un sosia e si finge che sia il principe (che invece è morente), è un gioco che finisce inevitabilmente male. C’è sempre qualcuno che lo scopre.

Servono leader veri al Trentino. Perché il Trentino - che ha bisogno di ripensarsi e di rilanciare il senso della propria autonomia - al momento di leader non ne ha. Persino la Lega - che ha un suo uomo come candidato presidente, Maurizio Fugatti - ha pensato bene di mettere Matteo Salvini nel simbolo. E Salvini si presenterà nella settimana finale della nostra campagna elettorale.

Certo, c’è chi sogna un mondo senza leader. Ma con dei leader finti è ancora peggio.

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L'articolo del 13 novembre 2013: un ritratto dell'assessore esterno