I sondaggi sono morti (era ora?)

I sondaggi sono stati un disastro.Hanno previsto,in particolare negli ultimi giorni, un vantaggio di Hillary Clinton su Donald Trump. Ma hanno fallito. La stessa cosa è avvenuta con Brexit. Anzi, al voto britannico continuavano, persino durante le primissime ore dello spoglio, a resistere previsioni di prevalenza del remain. E poi, in Italia,la schiacciante vittoria del Pd di Renzi alle europee, assolutamente non prevista, così come la folgorante prestazione dei Cinquestelle alle politiche del 2013. La domanda è semplice: i sondaggi sono morti? Sì. E forse è il caso di spiegare perché.

clintontrump

I sondaggi Usa con Clinton sempre in vantaggio su Trump, da luglio a ottobre

Da qualche anno gli errori nelle percentuali dei sondaggi ci vengono spiegati come un problema derivante dal fatto che una fascia di elettori si vergogna di dire per chi vota. Soprattutto se si tratta di un “voto scorretto”, o meglio, di “un voto di protesta”. Ci hanno pure spiegato che le società di sondaggi di opinione a volte persino correggono in partenza il probabile “voto di protesta”, aumentandone la consistenza. Ovviamente su una presunta base scientifica.

La “vergogna”?
In realtà non c’è più (se mai c’è stato) il timore o la vergogna da parte dell’elettore nel fornire il proprio orientamento alle società di indagine. La verità è che lo strumento del sondaggio è ormai vecchio e rozzo. Si basa su questionari precostituiti e uguali per tutti e viene costruito su un campione rilevato attraverso interviste telefoniche (magari su telefono fisso che quasi nessuno ha più). Al di là di metodiche differenziate, la realtà è che questi strumenti non sono più adeguati per raccogliere le informazioni necessarie.

Il paradosso
In tutto questo c'è un paradosso ed è che mentre il mondo è cambiato a una velocità pazzesca, riempiendoci di tecnologia, frantumandoci in piccoli mondi e in innumerevoli minuscole nicchie, il sondaggio è rimasto uguale a se stesso. Il sondaggio però viene tuttora commissionato dai partiti o dai comitati elettorali o, ancora, dagli staff di qualche personaggio politico. È uno strumento che la classe politica ritiene tuttora affidabile. E che viene ben pagato.

Strumento debole
E perché ciò accade? Perché in realtà i sondaggi su una materia semplice e lineare come può essere quella commerciale hanno tuttora una grande capacità di offrire orientamenti corretti alle aziende e ai mercati. La classe politica invece (ma anche gli elettori che credono sia possibile affidarsi ai sondaggi di opinione politica) non ha ancora digerito il fatto che l’elettore medio è cambiato in modo straordinario. Più semplicemente possiamo dire chei comportamenti elettorali non sono più lineari come qualche decennio fa. Un cittadino può cambiare idea non solo fra un’elezione e l’altra, ma anche a distanza di qualche settimana o pochi giorni, soprattutto quando si tratta di scelte complicate come un ballottaggio, un sì o un no, un leave o un remain. Quindi il sondaggio rimane (tendenzialmente) uno strumento affidabile per una materia lineare (i gusti rispetto alle offerte commerciali), ed è uno strumento debole su situazioni complesse. Il voto è divenuto estremamente complesso e il sondaggio non è in grado di intercettare gli orientamenti.

L'andamento dei sondaggi con il sorpasso del leave sul remain dopo il voto...

L'andamento dei sondaggi con il sorpasso del leave sul remain dopo il voto...

Nuovi strumenti
Oggi un bravo analista politico, insomma, non dovrebbe più lavorare sui sondaggi. Molto più utili come strumenti sono invece le «analisi big data», ossia la valutazione di milioni di interazioni online. Cosa molto più facile di quanto non si pensi: gli studiosi intercettano determinati orientamenti con alcune parole chiave usate nei discorsi e nelle interazioni su blog, twitter e facebook, e con l’aiuto di algoritmi riescono a quantificare quanto è numerosa la “bolla” che tende a un voto piuttosto che a un altro voto. E comunque c’è un dato chiaro: stando semplicemente alle elezioni americane, va segnalato che ormai il 62 per cento degli statunitensi si informa così, tra un like, un tag e un retweet; ed è quindi lì, nelle vaste praterie dei social che si possono cogliere i movimenti sulle opinioni di voto.

Il caso Landon

I classici sondaggi, invece, rischiano di presentarci una foto che ricorda quella (drammaticamente comica) che fece il Literary Digest nel 1936, ottant’anni fa, proprio in occasione dell’elezione di un presidente americano. Allora, con un dispendio di energie eccezionale, la rivista commissionò un sondaggio elettorale reclutando un campione di dieci milioni di cittadini dalle liste del registro automobilistico e dell'elenco telefonico. Solo 2,3 milioni di persone parteciparono all'indagine. Secondo il Digest, le elezioni sarebbero state certamente vinte da Alf Landon. E invece vinse Franklin Delano Roosevelt e fu una vittoria schiacciante, visto che ottenne 523 grandi elettori contro gli 8 del repubblicano Landon. L’indagine fu fatta senza tener conto che nel 1936 chi aveva l’auto o il telefono non rappresentava l’intera società.

E oggi, ottant’anni dopo, sempre all’elezione di un presidente Usa, i sondaggi hanno mostrato di non tener conto di com’è composta la società e di come vive. Ma, tutto sommato, si può vivere anche senza sondaggi. O no?

p.mantovan@giornaletrentino.it